Ville e luoghi di interesse

Villa Gaia Gandini

VILLA GAIA GANDINI

La villa, denominata “Villa Gaia” nella seconda metà del ‘400 per le feste che vi si tenevano, è uno dei più antichi edifici sorti in Lombardia con il carattere di villa.

Il complesso odierno è organizzato intorno a tre cortili quadrangolari uno accanto all’altro, con un lato corto che si affaccia sul Naviglio, mentre i lati lunghi sono prospicienti il giardino e la via Matteotti.

La villa sorge su quelle che erano probabilmente le fortificazioni dell’antico borgo di Robecco, di origine medievale, di cui oggi non c’è più traccia ma che presumibilmente si trovava dove attualmente c’è villa Gromo di Ternengo e proseguiva fino al Naviglio.

Le prime notizie della villa risalgono al 1448 quando Filippo Borromeo la acquistava dal Consiglio dei Novecento. La costruzione faceva parte dei beni confiscati a Sperone Pietrasanta, feudatario del borgo dal 1412, a causa della sua cattiva condotta nella gestione dell’ufficio della Tesoreria Ducale.

La villa acquistata dal Borromeo fu sicuramente un punto di riferimento per la nobiltà della zona e frequentata anche dalla corte ducale. Passò poi ai Visconti Borromeo, ai Biglia, che nel corso della seconda metà del ‘700 la ristrutturarono dandole l’aspetto che mantiene ancora oggi, e nel corso dell’800 passò ai Confalonieri, di cui ricordiamo in particolare Federico Confalonieri, cospiratore carbonaro, che si dice utilizzasse la villa per i suoi incontri politici segreti.

Nel 1876 la proprietà venne venduta alla famiglia Gabrini – Decio, attualmente è di proprietà della famiglia Gandini.

La villa costituisce uno dei più precoci e significativi esempi di residenza extraurbana nel territorio milanese.

Gli elementi di maggior fascino della villa sono sicuramente il giardino con querce americane secolari, l’imbarcadero che si affaccia sul Naviglio Grande e soprattutto il cortile di rappresentanza, porticato e decorato a grottesche, con elementi vegetali e animali che richiamano luoghi lontani ed esotici, un esempio unico nel suo genere in questa zona.

All’interno di Villa Gaia si trova inoltre l’Oratorio della Beata Vergine Immacolata che ha un accesso anche dalla strada.

VILLA GROMO DI TERNENGO

Splendida e affascinante, Villa Gromo di Ternengo è immersa in un grande parco cintato su tre lati dalle antiche mura, mentre le acque del Naviglio Grande fanno da barriera sul lato est. Sorge dove un tempo si trovava l’antico castello di Robecco, feudo dei nobili Pietrasanta.

Nel 1340 Giovannolo Casati sposò Beatrice Pietrasanta, ottenendo in dote alcune proprietà a Robecco e fu lui a trasformare il borgo fortificato in residenza nobiliare.

L’aspetto della Villa e la sua struttura odierna sono il frutto della ristrutturazione avvenuta nel 1679, quando il reggente di Milano, Danese Casati e suo nipote, il Conte Ferdinando Casati, intervennero sulla Villa dandole le attuali sembianze.

Dalla morte di Ferdinando Casati, la villa ha più volte cambiato il suo nome perché portata come dote nuziale della figlia primogenita, venendo così unita al patrimonio del marito. Attualmente è di proprietà della famiglia Wild.

La residenza è un tipico esempio di barocchetto lombardo, con pianta ad “U” rivolta verso il grande parco, il quale si articola intorno ad un unico asse prospettico, lungo oltre 800 metri, che dall’esedra dell’ingresso prosegue con il cortile, attraversa la villa e l’ampio giardino retrostante. E’ interessante la presenza della “limonaia” adiacente alla villa, adibita a giardino d’inverno.

Sul lato del giardino prospiciente il Naviglio, proprio sul muro di confine con villa Gaia, si trova “La Sirenella”, il piccolo padiglione deve il suo nome ad una statua raffigurante una sirena posta lì accanto. Venne costruito nella seconda metà del settecento, alla fine di un bel viale di querce rosse.

In prossimità della “sirenella” si trovava probabilmente anche l’imbarcadero che era in legno ed era posizionato sull’acqua del canale.

La vasca su due colonne a fianco del padiglione fa parte di un ingegnoso sistema di irrigazione, qui infatti era posizionata una ruota di mulino che raccoglieva l’acqua dal Naviglio e la portava nel giardino.

Villa Gnomo di Tornengo

CHIESA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

Guardando l’ingresso di villa Gromo in via Matteotti si può vedere alla sua destra, in fondo ad un vicolo, una piccola Chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi.

Voluta dal nobile Guidone Pietrasanta nel 1310 affinché venisse usata anche dalla popolazione, la Chiesa divenne, a partire dalla metà del Cinquecento, la cappella privata della famiglia Casati.

VILLA ARCHINTO

Villa Archinto, detta “il castello” per le due torri ed il coronamento merlato con cui si presenta, è stata oggetto di restauri terminati nel 2007, ma fino a qualche anno fa si presentava come un rudere, comunque di fascino e grandiose proporzioni da cui si intuiva come questa villa, se fosse stata portata a termine, sarebbe stata fra gli edifici più importanti del Naviglio Grande.

La famiglia Archinto, che già nella seconda metà del ‘500 possedeva diverse proprietà a Robecco, portò avanti nei due secoli successivi una chiara politica di acquisti per assicurarsi la proprietà dell’area su cui sarebbe sorta la villa.

Tuttavia sarà necessario aspettare il ‘700 per vedere iniziare la costruzione. Il committente infatti fu il Senatore Filippo Archinto, personaggio di spicco legato alla corte spagnola. Il suo progettista fu Federico Pietrasanta, agrimensore, ingegnere ed architetto originario di Abbiategrasso ed attivo tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700.

Si può supporre che la costruzione abbia avuto inizio prima del 1712, anno della morte del Senatore Filippo Archinto.

Quello che vediamo oggi però è una piccola parte del progetto originario che prevedeva un palazzo molto più grande, con pianta ad H e composto da quattro corpi di fabbrica collegati tra loro, con un ampio giardino, diverse corti interne e due pontili di cui uno coperto per l’attracco delle imbarcazioni.

La tradizione popolare vuole che la villa sia stata realizzata integralmente per ospitare una grande festa e in seguito demolita.

Ma una costruzione completa è sicuramente da escludersi. Possiamo supporre che in effetti la villa fosse stata portata ad un livello maggiore di costruzione che venne però interrotta intorno al 1750 e successivamente demolita in parte.

Probabilmente gli Archinto, vicini alla corte spagnola, con l’avvento degli Asburgo a Milano si allontanarono dalla vita politica, venne così a mancare la necessità di una residenza di rappresentanza come questa.

Altra ipotesi è legata alle vicende della famiglia stessa: morto Filippo venne a mancare il committente della villa, e il figlio Carlo, decise di non investire ulteriore denaro nell’impresa.

La parte esistente ancora oggi passò in diverse mani e fu adattata a qualsiasi attività: abitazione, scuola, stalla, fienile, caseificio, officina meccanica, ecc. ma il suo fascino è rimasto immutato nei secoli.

Attualmente al piano rialzato si trova la Biblioteca Comunale e l’Ifopoint turistico di Robecco sul Naviglio.

VILLA E GIARDINO SIRONI MARELLI E ROGGIA SONCINA

La casa da nobile fu probabilmente edificata nel ‘700 dalla famiglia Pionno. A metà del ‘700 la casa passò a Maddalena Pietrasanta, nobile milanese che qui soggiornava spesso prendendo parte alla vita religiosa sociale del paese. Alla sua morte lasciò del denaro per la costruzione della chiesa parrocchiale, la dote per diverse donne da maritare del paese e lasciò la proprietà al notaio Ubaldo Crivelli, come ringraziamento per l’aiuto nella gestione degli affari.

Nel 1846 casa e giardino vennero acquistati da Giacomo Bordini, amministratore di casa Litta Visconti Arese, che maturò l’ambizioso progetto di avere una delle più belle proprietà in Robecco.

Per prima cosa egli ampliò il giardino e per la realizzazione del giardino all’inglese chiamò Giuseppe Balzaretti, autore anche dei Giardini Pubblici di Milano.

Questi creò piccoli canali e laghetti, tra i quali emergevano isolette, e poi sculture, putti, urne, sarcofagi, capitelli, la maggior parte dei quali successivamente venduti. Tra i diversi manufatti il Bordini volle inserire anche il cenotafio della madre, opera dello scultore Vincenzo Vela.

Particolarmente originale, in armonia con l’affermazione in architettura dell’eclettismo, e legata alla passione del proprietario per i cavalli arabi fu la creazione di scuderie in stile moresco: fronte ad archi a ferro di cavallo, stalli e corridoi coperti da cupolette sorrette da colonnine, abbeveratoi in calcare bianco, mangiatoie in ferro battuto, pareti adornate da teste di cavallo in legno.

Ma quello che doveva essere un ben più vasto progetto si interruppe a causa delle traversie finanziarie del Bordini, che dovette rinunciare all’edificazione di un palazzo nuovo, limitandosi a risistemare la villa esistente.

Nel 1871, la proprietà viene acquistata dai fratelli Angelo e Giovanni Sironi. Viene ancora oggi ricordato il tenente generale di corpo d’armata Giovanni Sironi che, in virtù dell’amicizia con il Re d’Italia Vittorio Emanuele II, di cui fu anche maestro di spada, ebbe l’onore di ospitare nelle scuderie moresche, i cavalli reali e del generale Cadorna di passaggio nella zona.

La parte principale della villa e le scuderie non sono visibili dalla strada, nascoste dalla cortina di edifici che si affacciano su via Ripanaviglio, ma è visibile parte del giardino che si sviluppa al di là della Roggia Soncina.

Quest’ultima si stacca dal Naviglio Grande presso Ponte Vecchio, scorre parallela al canale fino oltre Robecco, qui si allontana e si dirige verso i terreni coltivati. Venne scavata a partire dal 1463 per irrigare i beni ducali attorno al Castello di Cusago, da cui anche il nome di “La Ducal Roggia”. Divenne poi di proprietà dei marchesi di Soncino fino al Novecento, assumendo così il nome di “Soncina”.

VILLA CITTADINI DUGNANI

Le più antiche notizie relative alla villa risalgono alla prima metà del secolo XVI, quand’era proprietà della famiglia Cittadini, che la conservò fin verso la fine del Settecento. La costruzione originaria doveva tuttavia risalire al XV secolo, come testimoniano le aperture ad arco decorate e con modanature in cotto, visibili dalla via Mazzini, e l’ingresso sul retro che si presenta come una piccola fortificazione in mattoni a vista.

Famiglia legata al Ducato di Milano, i Cittadini, vengono ricordati all’interno nel salone principale dove è ancora visibile il loro stemma: un tulipano rovesciato. Questa famiglia ricevette nel ‘500, dal ducato di Milano, il dono di una bocca di derivazione per l’acqua dal Naviglio in cambio di servigi militari dimostrati in battaglia, dono estremamente prezioso all’epoca.

Dopo il 1780, alla morte di Benedetto Cittadini, la proprietà passò a Giulio Dugnani e successivamente alla famiglia Terzaghi, che poi la cedette all’orfanotrofio delle Stelline di Milano.

Nel 1975 la proprietà fu acquistata dalla famiglia Benini Bossi che, con molti lavori di restauro, l’ha riportata all’antico splendore.

Il complesso abitativo è a pianta ad U intorno al giardino centrale aperto sul Naviglio Grande. Dell’antica casa da nobile rimane oggi il corpo principale con un portico rivolto verso il canale, su colonne in granito rosa di Baveno e tre finestre corrispondenti al piano nobile.

I saloni interni hanno ancora l’aspetto cinquecentesco con soffitti a cassettoni e grandi camini in pietra molera.

VILLA CITTADINI DUGNANI
VILLA BARBAVARA DI GRAVELLONA, DETTA "LA BASSANA"

VILLA BARBAVARA DI GRAVELLONA, DETTA “LA BASSANA”

La villa venne edificata fra il 1730 e il 1750 insieme al complesso rurale ad essa strettamente collegato composto dalle abitazioni dei massari e dei pigionanti, i rustici, stalle e fienili. Le vicende ereditarie sono complesse ma, sul finire dell’800, i beni vennero venduti ai nobili Barbavara di Gravellona.

La costruzione si pone a costa del Naviglio, poggiandosi su un terrapieno rialzato, ed è preceduta dalla Roggia Soncina nella quale si specchia l’imponente cancellata realizzata intorno al 1928-1930, splendida opera di Ernesto Mainardi, artigiano locale, che riprende il motivo della ringhiera e del balcone. Al centro si apre l’ingresso segnato da pilastri sormontati da vasi e piumacci.

Al fondo è inquadrata la villa. La costruzione è a due piani e si prolunga direttamente nella casa dei contadini.

La parte di pregio è quella centrale dove si trovano un portico e una loggia. Dal portico si accede al salone, o sala da biliardo, sulla sinistra alla scala e sulla destra ai locali di servizio. Il salone è decorato con le sei prospettive del Naviglio, raffiguranti tra gli altri soggetti anche le ville robecchesi: Archinto, Gromo di Ternengo, e la Bassana stessa. La villa è completata dalla tipica torretta con piccionaia.

VILLA SCOTTI

Lungo via Dante troviamo villa Scotti che si presenta con la caratteristica pianta a ‘U’. La facciata è un rettangolo piuttosto allungato ritmato da 4 semicolonne che la percorrono in tutta sua altezza; sono queste che dividono le superfici e impongono l’ampiezza delle aperture.

Il primo piano è di rappresentanza e padronale. La facciata posteriore si presenta semplice e priva di motivi ornamentali. Tre ambienti al primo piano conservano la decorazione originale, in particolare la sala centrale ha le pareti ornate da finte colonne sul fondo ocra ed aquilotti imperiali sulle porte.

Linee architettoniche e decorative riportano la costruzione ai primi dell’Ottocento e allo stile neoclassico, forse su progetto di un allievo dell’architetto Giuseppe Piermarini.

L’edificio è nato come abitazione e non come residenza di villeggiatura, per eccellere in Robecco, e non per specchiarsi sul Naviglio.

La famiglia Scotti, di origine monzese, acquistò la proprietà attorno al 1850 quando Giovan Battista Scotti, studioso e medico chirurgo in Milano, sposò Teodolinda Manzoni, vedova Merli, proprietaria terriera in paese. Qui abitarono fino alla prima metà del ‘900 quando il palazzo passò al Comune di Robecco diventando sede del Municipio.

VILLA TERZAGHI

La villa sorge lontana dal Naviglio lungo la strada che porta al fiume Ticino in direzione di Casterno.

Di Villa Terzaghi non si conosce la data di costruzione ma si può affermare che le forme sono senza dubbio settecentesche, tuttavia qui era già presente una costruzione precedente nel XIV secolo, proprietà della famiglia Cittadini.

La villa passò attraverso vari proprietari nell’800: prima i Dugnani, poi i Terzaghi ed infine, nel 1882, venne lasciata all’Orfanotrofio femminile delle Stelline di Milano.

Nel 1986 il Comune di Robecco acquistò la Villa e le proprietà annesse e si occupò del restauro.

Si accede alla villa tramite un cancello su via San Giovanni, sottolineato da piloni sormontati da statue di cani, che valsero alla villa il soprannome di “Cà di Can” e che probabilmente ne evocano il suo utilizzo come residenza per la caccia, vicina ai boschi del Ticino. Sulla destra vi è un altro cancello: qui probabilmente era collocata la vecchia chiesa del paese, accanto ad un Oratorio poligonale annesso alla villa di cui rimangono solo delle tracce, in quanto venne in parte distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Guardando a sinistra del cortile principale si nota un’altra apertura che porta ai cortili minori dei rustici e precisamente alla Corte Bassa che oggi è una corte residenziale. Nella parte sud, dietro al fabbricato c’è un grande giardino: è ciò che rimane dello splendido giardino all’inglese.

Il corpo principale della villa, di forma rettangolare, è su due piani e presenta ancora alcuni soffitti originali a cassettoni o decorati.

VILLA ARCONATI (Castellazzo de Barzi)

Nel 1451 Francesco Sforza donò a Baldassarre De Barzi dei beni nella località Castellazzo, beni un tempo posseduti da Sperone Pietrasanta, che era stato feudatario di Robecco e la cui investitura era passata al Barzi già nel 1432. Il feudo rimase ininterrottamente alla famiglia Barzi fino al 1625 e saltuariamente anche dopo, fino alla fine del ‘700.

Questa dimora signorile, che sostituiva il precedente “Castellazzo”, doveva essere in cattive condizioni quando a metà del ‘600 si intervenne per ristrutturarla, conferendole l’aspetto barocco di residenza di campagna che possiamo vedere ancora oggi.

Nel 1736 la dimora e le sue pertinenze vennero acquistate dal Collegio Longone di Milano, che ne mantenne la proprietà sino agli inizi dell’Ottocento. Il palazzo venne utilizzato come un distaccamento estivo per gli alunni dell’istituto.

Il Collegio Longone era stato istituito per i giovani della nobiltà milanese ed era affidato ai Barnabiti di Sant’Alessandro.

Il Collegio ebbe tra i suoi allievi anche Alessandro Manzoni che venne qui, insieme ai suoi compagni di studi, non solo per le vacanze estive, ma anche per frequentare l’anno scolastico 1798-99, mentre i locali della sede milanese erano occupati dalle truppe durante la Repubblica Cisalpina.

Il soggiorno di Alessandro Manzoni viene ricordato da una targa sopra il portale d’ingresso della villa.

VILLA ARCONATI (CASTELLAZZO)
PONTE DEGLI SCALINI

PONTE PEDONALE (detto degli scalini)

Con testamento redatto nel 1832, il nobile Giulio Dugnani dispose un legato di 8.000 lire per la costruzione di un ponte “per più comodo e libero mezzo di portare il Santissimo viatico agli infermi dell’altra sponda”, cioè in direzione di Castellazzo de Barzi. Le opere di edificazione iniziarono alla fine del 1840 e furono terminate nella primavera del 1842.

Fu da subito molto amato e utilizzato dai cittadini, tanto che un anno dopo la costruzione si appose un’iscrizione sul muro di fronte all’accesso del ponte, leggibile ancora oggi, che vietava l’attraversamento con carrette anche se trainate a mano.

Questo piccolo ponte pedonale è uno dei pochi ponti rimasti nella zona dopo la fuga degli austriaci da questi territori, all’indomani della gloriosa Battaglia di Magenta, svoltasi il 4 giugno 1859, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza.

Nel 1911, in occasione del 50° anniversario dell’unità d’Italia, l’originaria dedicazione del ponte all’Imperatore Austriaco Ferdinando I, fu sostituita, mediante un’apposita lapide in marmo poi rimossa, con quella a Vittorio Emanuele II.

IL PONTE CARRABILE, L’ORATORIO DELLA BEATA VERGINE DELLE GRAZIE, L’ANTICA OSTERIA E IL LAVATOIO

Il ponte carrabile del 1609, che andò a sostituire i ponti medievali precedenti, venne distrutto dall’esercito Austriaco in fuga, all’indomani della Battaglia di Magenta, il 4 giugno 1859, uno dei più sanguinosi e decisivi scontri della II° guerra d’indipendenza. Quello che vediamo oggi è quindi il ponte costruito successivamente, nella seconda metà dell’800, ad arcata unica.

Nella seconda metà del ‘600, presso il ponte, venne edificato un oratorio a protezione di un’immagine dipinta nel 1618 raffigurante la Beata Vergine delle Grazie, o Madonna della Rosa, che nel frattempo aveva guadagnato fama di essere miracolosa. Questa immagine era particolarmente venerata dai barcaioli, in quanto sorgeva in un punto pericoloso del Naviglio: qui infatti la strada “alzaia”, che costeggia tutta l’asta del canale, cambia sponda obbligando le barche a complicate manovre.

L’Oratorio fu officiato fino alla fine del ‘700, cadendo in seguito in disuso sino ad essere demolito, ma il dipinto venne conservato ed ancora oggi si trova nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie al Lazzaretto, nei pressi dell’attuale cimitero cittadino.

In questo punto inoltre c’era anche un’osteria che poteva rimanere aperta fino a tardi la sera e che offriva alloggio per le persone e stallazzo per i cavalli. È visibile ancora oggi un’iscrizione sul muro di uno degli edifici vicino al ponte, che ne ricorda la presenza.

Oggi in questo angolo accanto al ponte è presente la Casa Fasana, antico edificio giallo dalle forme lineari con bellissima torretta. Sull’altra sponda è presente un antico lavatoio per il quale veniva utilizzata l’acqua della roggia Soncina.

PONTE CARRABILE

ORATORIO DI SAN CARLO (Castellazzo de Barzi)

La piccola chiesa campestre di San Carlo, in origine dedicata a San Salvatore, è una delle più antiche chiesette esistenti nel nostro territorio. Questo oratorio venne citato per la prima volta alla fine del ‘200, ma potrebbe avere un’origine più antica, addirittura longobarda.

In seguito ad una visita pastorale del 1581, la chiesetta venne completamente restaurata secondo le prescrizioni canoniche, che ne rivedevano le proporzioni architettoniche per uniformarla alle altre chiese campestri.

Dopo la morte di San Carlo nel 1584, crebbe il culto legato a questo Santo tanto che l’Oratorio di Castellazzo venne ben presto dedicato a lui e addirittura, nel 1623, il nobile Carlo Barzi, feudatario, venne autorizzato dall’Arcivescovo di Milano Federico Borromeo ad esporre nei giorni festivi una reliquia devozionale per il popolo: un berretto cardinalizio di San Carlo.

L’Oratorio venne poi utilizzato con vicende alterne finché, nella prima metà del ‘900, la chiesetta versava in uno stato di grande incuria. Tutti gli abitanti di Castellazzo parteciparono, secondo le proprie possibilità e con generosità, alla colletta settimanale e alla raccolta periodica del grano in favore del restauro, che venne completato ne 1943.

Tuttavia pochi anni dopo si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa a Castellazzo, adatta ad accogliere i fedeli sempre più numerosi dato l’aumento demografico del paese. Anche in questo caso la popolazione locale contribuì all’edificazione e la nuova chiesa venne inaugurata nel 1955. Il vecchio Oratorio di San Carlo venne quindi abbandonato e in seguito affittato e adibito ad altri utilizzi.

Nel 1985 l’Amministrazione Comunale lo restaurò salvandolo dal degrado. Oggi è affidato ad un’associazione locale come sede e luogo di iniziative socio-culturali.

L’edificio è a pianta quadrangolare con un piccolo portico su colonne, antistante l’ingresso, con soffitto a volta e tetto a capanna, è inoltre presente un piccolo campanile.

IL MODELLO, ripartitore idraulico

Nell’800 lungo il tratto tra Robecco e Cassinetta, venne realizzato uno straordinario ripartitore idraulico, detto “il Mudél” , il Modello, in modo da misurare la quantità d’acqua derivata dalla Roggia Soncina nel cavo Negri, creato utilizzando enormi monoliti di granito rosa di Baveno scavati.

La Roggia Soncina, in origine chiamata “Nuova”, è la più importante roggia derivata dal Naviglio. Si stacca dal canale presso Ponte Vecchio, scorre parallela al Naviglio fino oltre Robecco, e poi si dirige verso Cusago attraversando i territori di Cassinetta, Albairate e Cisliano. Venne scavata a partire dal 1463 per irrigare i beni ducali attorno al Castello di Cusago, da cui anche il nome di  “La Ducal Roggia”.  Ceduta al conte Massimiliano Stampa nel 1531, rimase poi di proprietà dei marchesi di Soncino fino al Novecento, assumendo così il nome di “Soncina” o “Soncino”

IL MODELLO