Leggende e tradizioni

LA FESTA DELLA PRI ÀA

Un tempo, le famiglie che abitavano lungo via San Giovanni, prendendo spunto dalla festività religiosa della Madonna del Lazzaretto, che si teneva nel mese di ottobre, diedero vita ad una festa molto sentita, anche in segno di ringraziamento per i benefici ricevuti durante l’anno per l’abbondanza dei raccolti. La festa, ormai centenaria, si svolge ancora oggi, ma un tempo era particolarmente apprezzata anche per un altro motivo:

A quei tempi, i rapporti e gli incontri tra ragazzi e ragazze non erano così semplici e facili come oggi; le occasioni erano rare ed erano quasi sempre in concomitanza con le feste religiose che si succedevano nel corso dell’anno.

Era usanza che, in occasione della festa della Madonna del Lazzaretto, che coincideva con il periodo in cui i lavori nei campi cominciavano a scemare, dopo la processione verso il cimitero, i giovani si trovassero sul sagrato della Chiesa o lungo la via San Giovanni per incontrarsi e chiacchierare.

Se un ragazzo aveva qualche interesse nei confronti di una ragazza ma non aveva modo di proporsi, lanciava un sassolino (una prea in dialetto) fra i piedi della ragazza prescelta. Se la ragazza raccoglieva il sassolino voleva dire che accettava il corteggiamento.

E’ da questa usanza che la festa della Madonna del Lazzaretto prende anche il nome di “festa da la Priàa”, cioè la festa della sassata!

La festa era prevalentemente di carattere religioso e culminava con la processione, durante la quale i portali dei cortili di via San Giovanni venivano addobbati e gli abitanti si sfidavano nel realizzare il portale più bello. Ma al termine della processione la banda iniziava a suonare, era allestita una pesca di beneficienza, venivano fatti giochi e venivano rappresentate delle “burlette”, brevi recite comiche senza copione con attori improvvisati fra gli abitanti.

Ancora oggi si festeggia, si sta insieme, si gustano piatti tradizionali legati al mondo popolare contadino e i portali vengono addobbati per la processione serale, grazie agli “Amici da la Priàa”: l’Associazione che si occupa di mantenere viva questa bella tradizione popolare.

FESTA DE LA SÜCIA

L’acqua è vita e da sempre la vita dei robecchesi è legata alla sua acqua: acqua dei canali, del fiume dei fontanili.

Da sempre due volte l’anno, a marzo e a settembre, lo scorrere delle acque del Naviglio Grande viene interrotto e il livello del canale si abbassa per permettere i lavori di manutenzione delle sponde, il ripristino degli argini e la pulizia del canale principale e delle sue derivazioni.

In passato, la poca acqua rimasta consentiva ai ragazzi e non solo di improvvisarsi provetti pescatori utilizzando rudimentali strumenti ma anche direttamente a mani nude. E’ la cosiddetta “sücia”, l’asciutta del Naviglio, e in particolare quella di settembre, complice il rallentamento dei lavori in campagna, consentiva di dedicarsi alla facile pesca e di ritrovarsi nelle piazze, nelle strade e nelle osterie lungo il naviglio a gustare il pescato e a far festa. Era una festa semplice, una tradizione antica di convivialità e comunità. Erano giorni di allegria e di riposo, di condivisione dopo le fatiche del lavoro nei campi.

Oggi la sücia del Naviglio per la manutenzione si fa ancora, ma non c’è più l’abitudine di recuperare i pesci che rimangono nell’acqua bassa del canale e di condividerli a tavola.

IL FANTASMA DI VILLA GROMO

La leggenda è un ricordo d’infanzia dalla robecchese Rina Monza, le veniva raccontata dalla nonna quando era bambina.

Due amanti, che vivevano un amore contrastato dalle loro famiglie, si ritrovavano ogni sera nella torre della Sirenella, nella proprietà di villa Gromo di Ternengo, prospiciente il Naviglio. Preoccupati che il loro amore potesse avere una fine tragica, si promisero che se uno di loro fosse morto prima dell’altro, sarebbe tornato ogni notte a trovare l’amato nel luogo dei loro appuntamenti.

Come temevano, l’uomo morì tragicamente, ma mantenne la sua promessa.

Da quel momento ogni notte, a mezzanotte, un cavaliere su un cavallo bianco, preceduto da una fiammella, arrivava dal fondo del parco della villa per raggiungere la sua amata che lo aspettava affacciata al balcone della Sirenella.

Al termine del loro incontro il cavaliere si allontanava e la dama vedeva scomparire la fiammella nel Naviglio, all’altezza del “saltagatt”.

Il nonno della signora Rina, che abitava alla Bassanetta, di fronte alla Sirenella, decise una notte di sorprendere il fantasma. A mezzanotte, come raccontò alla moglie, vide una fiamma brillare in fondo al parco, raggiungere la Sirenella, al cui interno brillava una luce soffusa, e, dopo qualche tempo, la stessa luce riapparve per poi tuffarsi nel Naviglio e scomparire.

Questa apparizione si verificò molte altre volte, fino agli ultimi anni dell’Ottocento. Forse il fantasma trovò pace quando anche la sua innamorata morì e si ricongiunse con lui per sempre …

LA BATTAGLIA DETTA DELL’INCAMICIATA

Il 27 gennaio 1524 Robecco e tutto il suo territorio furono teatro di una battaglia particolarmente nota per le sue modalità strategiche, la battaglia dell’incamiciata.  Infatti, durante le guerre fra Francesco I e Carlo V, a Robecco si consumò la battaglia tra Spagnoli e Francesi, nota come “incamiciata” perché gli Spagnoli, approfittando del forte nevischio, per confondersi e prendere il nemico di sorpresa, si vestirono con delle camicie bianche sopra le corazze per non essere visti tra la neve.

Al trotto dei cavalli i cavalieri spagnoli, tutti bianchi come dei fantasmi, imperversarono sui militari francesi che videro venirsi incontro tra il nevischio queste figure armate e spaventose. Individuare gli Spagnoli incamiciati a distanza era impossibile: la paura e il terrore per questi nemici inquietanti, spinse i Francesi ad una rapida ritirata.

Si dice che Pierre Terrail, Signore di Bayard, famoso come cavaliere “senza macchia e senza paura”, venne ferito durante lo scontro, nei dintorni di Carpenzago, proprio nei pressi di un muraglione di contrafforte in parte ancora visibile.

Sanguinante, mise insieme uno sparuto numero di cavalieri e riuscì a fuggire verso Abbiategrasso.

Tre giorni dopo, il 30 aprile 1524 a Rovasenda, vicino a Romagnano Sesia, il Baiardo venne ferito nuovamente, questa volta mortalmente.

Questo cavaliere francese, era un famoso spadaccino e all’epoca era sicuramente uno tra gli ultimi grandi rappresentanti della cavalleria medievale.