VILLA ARCHINTO

 

Villa Archinto, detta il "Castello" per le due torri con cui si presenta, è l'edificio forse più noto, certo più problematico del Naviglio Grande.

Esso è opera di Federico Pietrasanta, che già s'era trovato a collaborare con un Archinto, il Conte Carlo, fondatore della Società Palatina e dilettante d'architettura. .

L'architetto è complessivamente poco conosciuto, anche se nelle sue opere si rivela personalità originale e ben caratterizzata.

L'impianto, veramente grandioso, fu dettato dal desiderio di sistemare il giardino, che nel progetto doveva essere cintato e attrezzato con quattro grandi aiuole intorno a una fontana, lungo il corso del Naviglio, anziché sul retro del blocco centrale.

Il godimento dello spettacolo offerto dalla celebre via d'acqua poteva così essere assicurato per un lungo tratto della passeggiata che collegava il giardino con la piazza antistante la fronte principale.

Due pontili, di cui uno coperto, consentivano l'attracco di imbarcazioni.

La corte posteriore, conclusa da un'esedra, rappresentava a sua volta l'ingresso signorile delle carrozze provenienti dal paese e dalla campagna, mentre la quarta corte, opposta al giardino, aveva il pianterreno completamente porticato, per il collegamento tra le scale principali e la cappella.

Si pone quindi il problema di colmare senza fantasiose ipotesi lo spazio tra il progetto pervenutoci e il rudere attuale. La tradizione popolare vuole che la villa sia stata realizzata integralmente per una grande festa e in seguito demolita per riutilizzare i mattoni nel Palazzo Archinto a Milano in via Passione.

Ma una costruzione completa è senz'altro da escludersi, poiché nel tracciato previsto sarebbero comprese una cascina ed un portale di epoca precedente tuttora in buono stato. A queste fonti si aggiunge un dipinto del salone della villa "Bassana" che la rappresenta da nord e cioè dal ponte della strada tra Robecco e Magenta, nel quale sono ben visibili tanto l'ala che oggi rimane, quanto la simmetrica; ma mentre la prima appare già largamente compiuta, con le pareti intonacate e il portico con terrazza costruito, la seconda è incompleta.

Un'analisi locale rivela altri elementi chiarificatori: il terreno sul quale doveva sorgere la villa è cantinato in altre parti e rimangono altri muri di fondazione. Inoltre ci sono capitelli, basamenti e tronchi di colonne abbandonate e diverse finestre presentano tracce di cornici dipinte. La congruenza tra questi documenti si trova ammettendo che i lavori furono effettivamente cominciati su grande scala realizzando sicuramente le due ali con le torri anche se con diverso grado di finitura; mancati poi i fondi necessari o forse cambiato il proposito di villeggiatura a Robecco, si decise di demolire i due blocchi costruiti iniziando da quello più indietro nei lavori, forse proprio per riutilizzare i mattoni nel palazzo di Milano, anch'esso vicino al Naviglio, ove potevano essere trasportati esclusivamente per via d'acqua (tradizione orale).

Il blocco salvatosi passò in diverse mani e fu adattato a qualsiasi attività: abitazione, scuola, stalla, fienile, caseificio, ecc.

Il suo scheletrico aspetto rende affascinante e misterioso ciò che resta del grandioso progetto.

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