Il paese di Robecco sul Naviglio ha iniziato il suo sviluppo intorno al 1400
circa, come luogo di villeggiatura delle famiglie nobili milanesi: le
ville che vi sorgono ne sono la testimonianza.
Le
sponde del Naviglio Grande, come sede di villeggiatura, erano privilegiate poiché
offrivano facilità e sicurezza di collegamento rispetto alle vie terrestri.
Inoltre l'acqua del canale serviva ad irrigare i parchi e i giardini delle ville
e contribuiva a movimentare l'architettura delle stesse.
Le ville di Robecco, con il
Naviglio, formano ora un'unità storica - artistica di pregio.
Unica, la Villa Terzaghi sorge lontana dal Naviglio ed alla periferia di Robecco,
lungo la strada che conduce a Casterno, il centro più antico della zona, di
origine romana: così era direttamente collegata alle proprietà fondiarie della
famiglia.
E'
sempre appartenuta ai nobili Terzaghi, fino al 1882, quando Carlotta, figlia del "fu nobile Carlo" la
lasciò in dono all'Orfanotrofio femminile di Milano: quello delle "Stellae".
E' segnalata da quattro piloni, ornati di statue, un bellissimo
ingresso, che introduce al cortile: sul fondo è la villa, mentre nei lati sono
altri piloni, che delimitavano i due ingressi, a sinistra verso i rustici e a
destra verso l'area antistante la cappella.
Di
questa, una piccola aula absidata, avanzano solo i pilastri d'angolo e tracce
dei muri perimetrali, mentre la volta è crollata durante i bombardamenti
dell'ultima guerra.
Oltre
la costruzione è un vasto prato, che termina in un altro cancello, in asse,
aperto verso la campagna.
La
villa a corpo semplice, è uno degli esempi migliori della metà del Settecento,
cioè del Barocchetto lombardo. E' divisa in tre parti, d'uguale larghezza, di
cui la centrale è aperta da tre archi al pianterreno, la liscia parete di
facciata termina con un frontone ricurvo, sicchè le due campiture laterali
fungono quasi il ruolo d'ali, tra le quali è un grande terrazzo.
VILLA
SCOTTI
Lungo la strada di Abbiategrasso si erge Palazzo Scotti, oggi Municipio, nato
come abitazione e non come villeggiatura, per eccellere in Robecco e non per
specchiarsi nel Naviglio.
Gli
Scotti, infatti, provenivano da Robecco, famiglia di allevatori di api.
Qui abitarono fino ad una sessantina di anni fa, quando il palazzo divenne sede
dell'amministrazione locale.
La
costruzione si presenta con la caratteristica pianta ad U, con le braccia di
poco irregolari, che si arrestano a metà cortile; qui iniziava una breve
prospettiva di pini.
La
facciata è tripartita: due semplici superfici laterali ed uno spazio centrale a
sua volta tripartito dalle semicolonne. Questo motivo dominante è completato al
di sopra della cornice da una falsa balaustra. La fronte posteriore si presenta
semplice e priva di motivi ornamentali.
A piano terra l'ala destra era magazzino per il miele, l'ala sinistra
fungeva da abitazione per la servitù; la parte centrale era di rappresentanza
con l'atrio e lo scalone (semplice
per la decorazione, ma necessariamente ampio per accedere alle sale superiori).
Al
primo piano nel corpo principale erano gli ambienti per ricevere e nelle ali i
reparti notte.
Tre ambienti al primo piano
conservano la decorazione
originale;
la sala centrale ha le pareti ornate da finte colonne su fondo ocra ed aquilotti
imperiali sulle porte; quella alla sua destra presenta una spessa tappezzeria a
damaschi grigi su fondo azzurro; in una terza, al centro del soffitto è un
ovale con dei putti dipinti.
Linee
architettoniche e decorative riportano la costruzione ai primi dell'Ottocento.
Per la firma si parla del Piermarini.
VILLA
GROMO DI TERNENGO
La villa sorge al posto di un'altra cinquecentesca dei Casati, che, a sua volta,
aveva sostituito il castello di Robecco.
La
villa fu rifatta sempre dai Casati nel 1679. Dai Casati la villa è passata a
diversi eredi, sempre per via femminile. La villa appartiene ai discendenti
Wild.
E'
costituita da un ingresso ad esedra, dal cortile, dalla Casa e dal giardino,
ordinati su un unico asse, lungo oltre 800 metri, che terminava in un nicchione,
oggi abbandonato, posto lungo la strada tra Cassinetta e Robecco. Mentre la
fascia del cortile è piuttosto stretta, in quanto compresa tra le ville Gandini
e Scotti, il giardino ha una grande estensione anche in larghezza, occupando il
tratto tra il Naviglio e la strada che congiunge Abbiategrasso e Robecco.
Al centro della grande esedra è il cancello che porta ancora l'insegna
con la "N" della famiglia Negrotto. Quindi è il cortile, oggi
piantumato, compreso tra i corpi rustici a sinistra, un muro di cinta e la
cappella a destra e chiuso dalla villa.
Questa
ha pianta ad U con le ali rivolte al giardino. La fronte dell'ingresso è divisa
in tre parti: due piccole superfici laterali
e una grande campitura centrale aperta da un portico a tre archi su
colonne binate al piano terra.
Sotto il portico sono
dipinti, molto deteriorati, con figure di
donna.
Al centro si apre un grande atrio, completamente dipinto, passante verso il
giardino.
Differente è la fronte opposta che presenta in alto un attico aperto da una loggia di tre
archi su colonne particolarmente slanciate.
E'
un edificio assai tipico del barocco lombardo.
L'arredamento,
che conserva anche nell'interno il carattere della villa, è costituito da
mobili di diversi periodi, alcuni di pregio.
Sul
fianco destro è la chiesetta di S. Francesco, compresa nella stessa proprietà.
Il giardino posteriore ha un
piano tratto a parterre con due statue che guardano la villa, mentre il resto è
all'inglese; lungo il Naviglio si eleva un padiglione su quattro pilastri, con
un locale al primo piano e una grande cornice su mensole, detto la "Sirenella",
che serviva da imbarcadero.
VILLA
GANDINI
Per chi percorre l'alzaia risalendo il Naviglio, a Robecco si presenta per prima
la Villa Gandini.
La bellezza immediatamente percepibile dell'edificio, con la scala che
scende in acqua come imbarcadero, è valorizzata dal contiguo inarcarsi di un
ponte pedonale. E' uno dei più antichi edifici lungo i Navigli ed anzi tra i
primi con carattere di villa in Lombardia e tra i più ricchi di ricordi
storici.
E'
questa infatti la "Villa Gaia" così denominata nella seconda metà
del Quattrocento per il carattere delle feste che vi si tenevano. La costruzione
è però di epoca anteriore e lo dimostrano le tracce di finestre archiacute
ritrovate sotto l'intonaco.
Il complesso odierno è costituito dalla villa, di impianto irregolare, circa rettangolare, organizzato
intorno
a tre cortili, differenti per forma. L'antica origine e i numerosi passaggi di
proprietà hanno favorito il ripetersi delle trasformazioni, l'ultima delle
quali è del 1760.
E'
stata sottoposta a lavori di restauro da parte degli attuali proprietari, che si
sono valsi per gli affreschi della collaborazione del pittore Franco Milani.
La
fronte verso strada è cinquecentesca: è una grande parete, caratterizzata dal
portale in pietre a bugne, con lo stemma dei Visconti Borromeo e dalle mensole a
sottotetto.
E'
tutta affrescata con disegni a bugne e fasce di marmi colorati; inoltre ci sono
mensole dipinte con riquadri decorati a trofei guerrieri. Solo l'ultima parte
della facciata verso il Naviglio cambia: la parete è liscia, ma totalmente
trasfigurata dalla decorazione pittorica di tinta ocra, recuperata nell'ultimo
restauro, che finge cornici alle finestre. La fronte sul Naviglio si arricchisce
ancora per tre balconcini al primo piano e l'alternarsi di finestre e porte al
piano terra, ciascuna di queste ultime con una scaletta di collegamento al
terrazzo sul canale.
Lungo
il Naviglio c'è una balaustra settecentesca in ferro battuto e pietra molera,
vero capolavoro nel suo genere. Dal portone si entra nel cortile principale,
rarissimo esempio rinascimentale tutto coperto di affreschi, è porticato per
tre lati, il quarto, che contiene lo scalone, è dipinto a finti archi.
Sotto
il portico sono decorazioni a riquadri contenenti grottesche, con spirali di
fiori stilizzati, animali, figure mitologiche, ecc. in buona parte restaurate.
Alla destra del portone che introduce al cortile è la cappella, neoclassica,
con una pala d'altare dedicata all'Immacolata e belle decorazioni parietali.
Un
complesso dunque completo in tutte le parti e con ogni parte di elevato
interesse.
VILLA
ARCHINTO
Villa Archinto, detta il "Castello" per le due torri con cui si
presenta, è l'edificio forse più noto, certo più problematico del Naviglio
Grande.
Esso è opera di Federico Pietrasanta, che già s'era trovato a collaborare con un
Archinto, il Conte Carlo, fondatore della Società Palatina e dilettante
d'architettura, nella ricostruzione del Teatro di Corte rovinato da un incendio
e riaperto nel 1699 .
L'architetto è complessivamente poco conosciuto, anche se in queste pochissime opere si
rivela personalità originale e ben caratterizzata.
L'impianto,
veramente grandioso, fu dettato dal desiderio di sistemare il giardino, che nel
progetto doveva essere cintato e attrezzato con quattro grandi aiuole intorno a
una fontana, lungo il corso del Naviglio, anziché sul retro del blocco
centrale.
Il
godimento dello spettacolo offerto dalla celebre via d'acqua poteva così essere
assicurato per un lungo tratto della passeggiata che collegava il giardino con
la piazza antistante la fronte principale.
Due
pontili, di cui uno coperto, consentivano l'attracco di imbarcazioni.
La corte posteriore, conclusa da un'esedra, rappresentava a sua volta
l'ingresso signorile delle carrozze provenienti dal paese e dalla campagna,
mentre la quarta corte, opposta al giardino, aveva il pianterreno completamente
porticato, per il collegamento tra le scale principali e la cappella.
Si
pone quindi il problema di colmare senza fantasiose ipotesi lo spazio tra il
progetto pervenutoci e il rudere attuale. La tradizione popolare vuole che la
villa sia stata realizzata integralmente per una grande festa e in seguito
demolita per riutilizzare i mattoni nel Palazzo Archinto a Milano in via
Passione.
Ma
una costruzione completa è senz'altro da escludersi, poiché nel tracciato
previsto sarebbero comprese una cascina ed un portale di epoca precedente
tuttora in buono stato. A queste fonti si aggiunge un dipinto del salone della
villa "La Bassana" che la rappresenta da nord e cioè dal ponte della
strada tra Robecco e Magenta, nel quale sono ben visibili tanto l'ala che oggi
rimane, quanto la simmetrica; ma mentre la prima appare già largamente
compiuta, con le pareti intonacate e il portico con terrazza costruito, la
seconda è molto più indietro nell'edificazione.
Un'analisi
locale rivela altri elementi chiarificatori: il terreno sul quale doveva sorgere
la villa è cantinato in altre parti e rimangono altri muri di fondazione.
Inoltre ci sono capitelli, basamenti e tronchi di colonne abbandonate e diverse
finestre presentano tracce di cornici dipinte. La congruenza tra questi
documenti si trova ammettendo che i lavori furono effettivamente cominciati su
grande scala realizzando sicuramente le due ali con le torri anche se con
diverso grado di finitura; mancati poi i fondi necessari o forse cambiato il
proposito di villeggiatura a Robecco, si decise di demolire i due blocchi
costruiti iniziando da quello più indietro nei lavori, forse proprio per
riutilizzare i mattoni nel palazzo di Milano, anch'esso vicino al Naviglio, ove
potevano essere trasportati esclusivamente per via d'acqua (tradizione orale).
Il
blocco salvatosi passò in diverse mani e fu adattato a qualsiasi attività:
abitazione, stalla, fienile, caseificio, ecc.
Il
suo scheletrico aspetto rende affascinante e misterioso ciò che resta del
grandioso progetto.
IL PONTE DEGLI SCALINI
L'idea
di un secondo ponte sul Canal Grande (come veniva chiamato in alcune occasioni
il Naviglio), con relativo progetto, è documentata dal 1818, ma si dovettero
aspettare ancora trent'anni per concretizzare il proposito.
L'effetto
nel frattempo si poteva sperimentare grazie al ponte galleggiante allestito per
antica consuetudine nel giorno della festa patronale di S. Giovanni Battista,
l'11 luglio, per rispetto della quale il custode del Naviglio proibiva la
navigazione sul canale. Su questo manufatto transitava la sacra Funzione che
toccava tutte le contrade del borgo.
L'occasione
per compiere il passo successivo fu l'inattesa sovvenzione proveniente dal
nobile Giulio Dugnani che nel suo testamento lasciò alla comunità di Robecco
un legato di lire 8.000 per la costruzione di un ponte.
Nella
primavera del 1842 il ponte era compiuto.
Il
parapetto di ferro venne eseguito combinandolo con le ossature del ponte, in
modo da rendere più solide entrambe le strutture "tanto più che nei
giorni festivi il ponte va soggetto alle manomissioni dei ragazzi".
La
popolazione dimostrò di servirsi della nuova opera in maniera persino eccessiva
rispetto alla destinazione, se già nell'estate del 1842, per non recare danno
alle gradinate, si dovette proibire il transito delle carrette cariche, anche se
tirate a mano.
VILLA
DUGNANI

Le
più antiche notizie relative alla
villa, sita sulla sponda sinistra del Naviglio, risalgono alla prima metà del
secolo XVI, quand’era proprietà della famiglia Cittadini.
Nel
1632 Gerolamo Cittadini edificò un oratorio “in un suo sito vicino alla
casa” intitolato ai santi Gerolamo e Onofrio.
Nell’estimo
di Robecco del 1760 Don Giulio Dugnani è citato tra i “possessori di beni in
quel luogo e territorio”.
Successivamente
il Cardinale Antonio Dugnani cedette la villa all’Orfanotrofio Femminile di
Milano. Attualmente la residenza è proprietà della famiglia Benini - Bossi.
Tra
gli ambienti descritti nell’inventario allegato all’atto di proprietà,
troviamo al piano terreno una sala ed un salone, entrambi affacciati sul
giardino e collegati alla corte attraverso un “atrio”; lo scalone in due
rampe consente il collegamento al piano superiore. La villa è stata oggetto di
interventi di restauro che hanno comportato la demolizione di alcuni corpi di
fabbrica.
Della
antica casa da nobile rimane oggi il corpo principale caratterizzato nel
prospetto verso il Naviglio da un portico architravato in tre campi .
Sul
lato verso la via Matteotti è visibile l’ala quattrocentesca della villa con
interessantissime finestre in cotto e un prezioso cortiletto con un pozzo al
centro.
Su
alcuni dei mattoni usati per la costruzione del pozzo si può leggere la sigla
“ad U.F.” che rimanda ad una curiosa abitudine. I barcaioli che portavano il
carico di mattoni per la costruzione del Duomo di Milano “lasciavano” sulle
sponde parte del materiale gratuitamente a chi ne faceva richiesta. Sui mattoni
c’era la scritta “ad usum fabricae” cioè per la costruzione del Duomo. Da
quì il detto “a ufo”cioè senza pagare.
VILLA "LA BASSANA"
La villa si pone a costa del Naviglio, poggiandosi su un terrapieno piuttosto
rialzato ed è preceduta da un'imponente cancellata, opera di un artigiano
locale, Ernesto Mainardi, che impiegò, così si dice, molti anni per foggiarla,
riprendendo il motivo della ringhiera del balcone. Al centro si apre l'ingresso segnato da pilastri sormontati
da vasi e piumacci. E’ certamente la migliore cancellata del Naviglio.
Un complesso che ha, oltre alla bellezza artistica, uno straordinario "ambiente" per i riflessi dell'acqua, per la posizione elevata, per il
ponte.
Il
cancello è seguito da un giardino i cui lati minori sono formati da muretti. Al
fondo è inquadrata la villa. La costruzione, a due piani, ha la fronte molto
estesa che si prolunga direttamente nelle case dei contadini.
La
parte di pregio è quella centrale, in cui si aprono un portico ed una loggia;
quest'ultima oggi chiusa (si notino le persiane dipinte) appare ancora aperta in
un dipinto nel salone, nel quale la villa ha un aspetto più completo e
interessante di quello attuale, perché, oltre all'apertura centrale, al primo
piano era un alternarsi di balconi e finestre oggi scomparso.
Si
tratta di una solida costruzione di fine 600.
Dal
portico si accede in asse al salone, sulla sinistra alla scala e a destra ai
locali di servizio. Il nucleo centrale sporge verso il giardino, rispetto al
resto della villa.
La
villa è completata dalla tipica torretta, qui particolarmente ampia. E' sparita
invece la cappella dedicata alla Vergine, ove poi è stato ricavato un locale
magazzino. All'interno si sono conservate alcune sale al piano terra e la scala.
Il salone ha sei prospettive del Naviglio e delle sue ville (Archinto, Gromo,
"La Bassana") di particolare interesse e dei dipinti decorativi, oltre
ad un notevole arredamento ( in specie il camino e le specchiere), mentre le
sale contigue sono decorate secondo
il gusto neoclassico.
Della
scala è notevole la porta d'accesso in ferro battuto e la balaustra di ferro
battuto e pietra, un pregevole esempio di lavorazione tipicamente lombarda.
GIARDINO
SIRONI MARELLI
Sulla sponda sinistra del Naviglio Grande, davanti a Villa Archinto, lo
scenario è costituito da alcune modeste costruzioni affiancate da un folto
giardino: è la proprietà Sironi-Marelli.
Gli
aspetti più interessanti e singolari della casa sono il risultato delle
megalomani ambizioni del Bordini, un amministratore dei Litta di Milano, che di
certo fantasticò di costruirsi una "dimora estiva" simile alle più splendide tra quelle che la circondavano in Robecco.
I
lavori cominciarono dal giardino, come è naturale, dato il tempo che occorre
per avere delle piante robuste, senza le quali una villa si riduce ad un
assolato cascinale.
Era
un giardino grandioso: gruppi di alberi, alcuni rari, e alture artificiali per
movimentare la pianura lombarda. Al centro un "laghetto", o meglio un
groviglio di corsi d'acqua, che ritagliano isole a collina, formate da terra di
riporto, e dappertutto cippi, decorazioni, statue di autori famosi come il Vela,
che ha creato tra l’altro il cenotafio della madre del Bordini, con figura
giacente della stessa.
Il
progetto si attribuisce, a ragione, al Balzaretti, autore, con simili effetti
pittoreschi, dei Giardini Pubblici di Milano (1856).
Con
il giardino, le scuderie, edificate al di là delle case preesistenti, che
furono incorporate.
E'
l'epoca dei cavalli arabi: lo stile da usare è dunque il moresco, con fronte ad
archi oltrepassati, stalli e corridoi coperti da cupolette di impianto
rettangolare sorrette da sottili colonne come una moschea.
E non basta: gli abbeveratoi
sono in calcare bianco e le greppie in ferro battuto. Alle pareti teste di
cavallo scolpite in legno.
Giardino e scuderie, quinte
adeguate ad un grande palazzo.
Ma il palazzo non c'è, non
fu fatto perché al Bordini mancarono le sostanze e per abitare nella sua villa
dovette mettere a nuovo le vecchie costruzioni: furono così trasformate
l'originaria residenza Crivelli e le case lungo il Naviglio.
La casa Crivelli, della
seconda metà del '700, come denota la fronte verso il cortile delle scuderie,
conserva una elegante facciata neoclassica, appena disegnata, ed alcune
cassettonature dipinte.
CASTELLAZZO
DE' BARZI
Castellazzo deve probabilmente il suo nome ad un antico "castellazzo",
cioè a una costruzione di origine signorile, comunale o privata, che di regola
aveva le modeste dimensioni della casaforte e che poi si trasforma in casa
nobile o in insediamento rurale.
La
famiglia Barzi vi abitò ininterrottamente dal 1432 al 1625.
Verso
la fine del 1600 le condizioni economiche e sociali di questa famiglia non sono
più quelle degli antenati per l'incapacità dei successori di gestire i
patrimoni; anche la dimora signorile - l'antico castellazzo - era ridotta in
condizioni precarie. Infatti, proprio in quegli anni è in atto la sua
ristrutturazione, che le conferirà l'aspetto barocco di dimora di campagna
tuttora evidente.
Parte
del patrimonio, nel 1736, passa al Collegio Longoni di Milano che ne risulta
intestatario ancora agli inizi dell'800.
Tale
collegio ebbe tra i suoi allievi anche Alessandro Manzoni, che nella casa di
villeggiatura di Castellazzo venne inviato con i suoi compagni di studi per le
vacanze estive, come ancora ricorda una lapide in loco.
GLI
OROLOGI SOLARI DI CASTELLAZZO DE' BARZI
Nella frazione di Castellazzo, nel cortile di villa Arconati, sono stati
restaurati due orologi solari che presumibilmente risalgono al 1700.
L'orologio
solare determina più ore al giorno, a differenza della meridiana che segna
solamente il mezzogiorno locale.
Gli
orologi solari sono costituiti da uno stilo (gnomone) inclinato parallelamente
all'asse terrestre, la cui punta indica esattamente il sud, mentre la base
indica la stella polare e quindi il nord.
Alla
base dello gnomone convergono delle linee: le linee orarie.
Osservando
la parete, l'orologio solare di destra indica l'ora vera solare di Castellazzo
de' Barzi, mentre quello di sinistra indica il tempo medio europeo (l'ora che
rileviamo sul nostro orologio).
Per
la lettura di questi orologi solari occorre calcolare l'equazione del tempo.
CASTERNO
L'abitato di Robecco sul Naviglio era
in origine meno importante del vicino e più antico borgo di Casterno, di
origini romane. Il nome “Castrum Esternum” e poi “Casternum” vuol dire
luogo fortificato o circondato da mura o da fossa.
Abbandonata
la strada asfaltata, percorrendo sentieri e strade sterrate, fiancheggiate da
fossi, filari di pioppi e di gelsi e dopo aver attraversato il "bosco di S.
Ambrogio", si giunge in prossimità del paese situato sull'orlo del
ciglione che segna l'estremo limite dell'alveo del Ticino e che, essendo in
posizione leggermente elevata, permette un'ampia veduta sulla verde vallata,
ricca di prati, campi e zone boschive.
LE
TRE FONTANE
Poco fuori Casterno, in direzione di Carpenzago, immersa in una
vegetazione folta, tra gallerie di alberi e boschetti di robinie, si nasconde il
celebre Fontanile Le Tre Fontane.
Esso
deve il suo nome a tre risorgive da cui sgorga acqua purissima
a temperatura costante (9° - 12°) in ogni stagione dell'anno.
Le
acque della falda, che scorrono fin qui sotterranee, incontrando un terreno
impermeabile, si innalzano ed escono in superficie.
Per
secoli i contadini del luogo hanno portato qui i loro buoi ad abbeverarsi e
frotte di donne vi hanno sciacquato il bucato parlando e faticando, mentre
gruppi di bambini inseguivano piccoli pesci e girini.
Le
pietre levigate che servivano da lavatoio rammentano un mondo ormai trascorso,
ma l'atmosfera tranquilla che vi si respira e la piacevole frescura di cui si
gode, rendono Le Tre Fontane un angolo molto suggestivo da mantenere e
salvaguardare.
LE
MARCITE
La distesa verde dei prati e dei campi della vallata di Casterno è percorsa e interrotta da rogge, fossi, canali che si intersecano, si dividono e
nuovamente si riuniscono.
Essi
sono alimentati da acque sorgive che, per la loro caratteristica di sgorgare
alla temperatura costante di 12° anche in inverno, consentono la particolare
coltura della "marcita".
Questa
pratica consiste nel far scorrere, nel periodo autunnale ed invernale, un
sottile velo d'acqua sul terreno, in modo che non geli, consentendo così la
crescita continua del foraggio che può essere tagliato 7 - 10 volte all'anno.
La
pratica della marcita ha origini antichissime (le prime documentazioni risalgono
al 1.100 ca.); molto diffusa nella vallata fino a qualche anno fa, oggi sta
scomparendo.
I
MULINI
I mulini sono stati le prime macchine a sfruttare l’energia
dell’acqua. Il mestiere di mugnaio inizia sul finire del 1200, quando, con
opportuni canali, l’acqua delle risorgive, del Ticino e del Naviglio, veniva
portata nella valle, favorendo la costruzione dei mulini.
Essi
ebbero il loro momento storico nel 1245, quando furono incendiati da Federico II,
nipote del Barbarossa, perchè rifornivano di farina Milano che, così,
resisteva al suo assedio.
Uno
dei più antichi mulini della valle, la cui fondazione risale al 1400, è il
mulino Pietrasanta. La sua denominazione originaria era Molinetto dei Frati
dell’Opera Pia Di Falco (tali frati risiedevano nel Convento di Casterno).
Deve la denominazione attuale ai nobili Pietrasanta che entrarono in possesso di
gran parte dei beni dei monaci. Su uno
dei muri si intravvedono le tracce di un bellissimo affresco, datato 1404,
eseguito da un artista del tempo, tale Giovanni Molinari; esso raffigura la
Madonna col Bambino e a fianco San Sebastiano. Attualmente l’affresco si trova
nella chiesa di Carpenzago.
Tipica della pianura lombarda è la cascina “a corte”, cioè un complesso di
edifici adibiti rispettivamente a dimora del dirigente, abitazione dei
lavoranti, stalle, fienili e magazzini, ricoveri per attrezzi e carri, locali
per la lavorazione del latte. Il tutto è disposto intorno a un quadrilatero
regolare scoperto con al centro l’aia, che viene utilizzata, prevalentemente
per l’essiccazione dei cereali.
Spesso nella nostra zona la cascina tradizionale era più piccola, costituita da abitazione e rustico senza aia ed era chiamata “cascinello”.