GUIDA INTRODUTTIVA AL COMUNE DI ROBECCO S/N

Il paese di Robecco sul Naviglio ha iniziato il suo sviluppo intorno al 1400  circa, come luogo di villeggiatura delle famiglie nobili milanesi: le ville che vi sorgono ne sono la testimonianza.

Le sponde del Naviglio Grande, come sede di villeggiatura, erano privilegiate poiché offrivano facilità e sicurezza di collegamento rispetto alle vie terrestri. Inoltre l'acqua del canale serviva ad irrigare i parchi e i giardini delle ville e contribuiva a movimentare l'architettura delle stesse.

Le ville di Robecco, con il Naviglio, formano ora un'unità storica - artistica di pregio.

  VILLA TERZAGHI

Unica, la Villa Terzaghi sorge lontana dal Naviglio ed alla periferia di Robecco, lungo la strada che conduce a Casterno, il centro più antico della zona, di origine romana: così era direttamente collegata alle proprietà fondiarie della famiglia.

E' sempre appartenuta ai nobili Terzaghi, fino al 1882, quando Carlotta, figlia del "fu nobile Carlo"   la lasciò in dono all'Orfanotrofio femminile di Milano: quello delle "Stellae".

E' segnalata da quattro piloni, ornati di statue, un bellissimo ingresso, che introduce al cortile: sul fondo è la villa, mentre nei lati sono altri piloni, che delimitavano i due ingressi, a sinistra verso i rustici e a destra verso l'area antistante la cappella.

Di questa, una piccola aula absidata, avanzano solo i pilastri d'angolo e tracce dei muri perimetrali, mentre la volta è crollata durante i bombardamenti dell'ultima guerra.

Oltre la costruzione è un vasto prato, che termina in un altro cancello, in asse, aperto verso la campagna.

La villa a corpo semplice, è uno degli esempi migliori della metà del Settecento, cioè del Barocchetto lombardo. E' divisa in tre parti, d'uguale larghezza, di cui la centrale è aperta da tre archi al pianterreno, la liscia parete di facciata termina con un frontone ricurvo, sicchè le due campiture laterali fungono quasi il ruolo d'ali, tra le quali è un grande terrazzo.

VILLA SCOTTI

Lungo la strada di Abbiategrasso si erge Palazzo Scotti, oggi Municipio, nato come abitazione e non come villeggiatura, per eccellere in Robecco e non per specchiarsi nel Naviglio.

Gli   Scotti, infatti, provenivano da Robecco, famiglia di allevatori di api. Qui abitarono fino ad una sessantina di anni fa, quando il palazzo divenne sede dell'amministrazione locale.

La costruzione si presenta con la caratteristica pianta ad U, con le braccia di poco irregolari, che si arrestano a metà cortile; qui iniziava una breve prospettiva di pini.

La facciata è tripartita: due semplici superfici laterali ed uno spazio centrale a sua volta tripartito dalle semicolonne. Questo motivo dominante è completato al di sopra della cornice da una falsa balaustra. La fronte posteriore si presenta semplice e priva di motivi ornamentali.

A piano terra l'ala destra era magazzino per il miele, l'ala sinistra fungeva da abitazione per la servitù; la parte centrale era di rappresentanza con l'atrio e lo scalone  (semplice per la decorazione, ma necessariamente ampio per accedere alle sale superiori).

Al primo piano nel corpo principale erano gli ambienti per ricevere e nelle ali i reparti notte.

Tre ambienti al primo piano conservano la decorazione

originale; la sala centrale ha le pareti ornate da finte colonne su fondo ocra ed aquilotti imperiali sulle porte; quella alla sua destra presenta una spessa tappezzeria a damaschi grigi su fondo azzurro; in una terza, al centro del soffitto è un ovale con dei putti dipinti.

Linee architettoniche e decorative riportano la costruzione ai primi dell'Ottocento. Per la firma si parla del Piermarini.

VILLA GROMO DI TERNENGO

La villa sorge al posto di un'altra cinquecentesca dei Casati, che, a sua volta, aveva sostituito il castello di Robecco.

La villa fu rifatta sempre dai Casati nel 1679. Dai Casati la villa è passata a diversi eredi, sempre per via femminile. La villa appartiene ai discendenti Wild.

E' costituita da un ingresso ad esedra, dal cortile, dalla Casa e dal giardino, ordinati su un unico asse, lungo oltre 800 metri, che terminava in un nicchione, oggi abbandonato, posto lungo la strada tra Cassinetta e Robecco. Mentre la fascia del cortile è piuttosto stretta, in quanto compresa tra le ville Gandini e Scotti, il giardino ha una grande estensione anche in larghezza, occupando il tratto tra il Naviglio e la strada che congiunge Abbiategrasso e Robecco.

Al centro della grande esedra è il cancello che porta ancora l'insegna con la "N" della famiglia Negrotto. Quindi è il cortile, oggi piantumato, compreso tra i corpi rustici a sinistra, un muro di cinta e la cappella a destra e chiuso dalla villa.

Questa ha pianta ad U con le ali rivolte al giardino. La fronte dell'ingresso è divisa in tre parti: due piccole superfici laterali  e una grande campitura centrale aperta da un portico a tre archi su colonne binate al piano terra.

Sotto il portico sono dipinti, molto deteriorati, con figure di

donna. Al centro si apre un grande atrio, completamente dipinto, passante verso il giardino.

Differente è la fronte opposta che presenta in alto un attico aperto da una loggia di tre archi su colonne particolarmente slanciate.

E' un edificio assai tipico del barocco lombardo.

L'arredamento, che conserva anche nell'interno il carattere della villa, è costituito da mobili di diversi periodi, alcuni di pregio.

Sul fianco destro è la chiesetta di S. Francesco, compresa nella stessa proprietà.

Il giardino posteriore ha un piano tratto a parterre con due statue che guardano la villa, mentre il resto è all'inglese; lungo il Naviglio si eleva un padiglione su quattro pilastri, con un locale al primo piano e una grande cornice su mensole, detto la "Sirenella", che serviva da imbarcadero.

VILLA GANDINI

 Per chi percorre l'alzaia risalendo il Naviglio, a Robecco si presenta per prima la Villa Gandini.

La bellezza immediatamente percepibile dell'edificio, con la scala che scende in acqua come imbarcadero, è valorizzata dal contiguo inarcarsi di un ponte pedonale. E' uno dei più antichi edifici lungo i Navigli ed anzi tra i primi con carattere di villa in Lombardia e tra i più ricchi di ricordi storici.

E' questa infatti la "Villa Gaia" così denominata nella seconda metà del Quattrocento per il carattere delle feste che vi si tenevano. La costruzione è però di epoca anteriore e lo dimostrano le tracce di finestre archiacute ritrovate sotto l'intonaco.

Il complesso odierno è costituito dalla villa, di impianto irregolare, circa rettangolare, organizzato

intorno a tre cortili, differenti per forma. L'antica origine e i numerosi passaggi di proprietà hanno favorito il ripetersi delle trasformazioni, l'ultima delle quali è del 1760.

E' stata sottoposta a lavori di restauro da parte degli attuali proprietari, che si sono valsi per gli affreschi della collaborazione  del pittore Franco Milani.

La fronte verso strada è cinquecentesca: è una grande parete, caratterizzata dal portale in pietre a bugne, con lo stemma dei Visconti Borromeo e dalle mensole a sottotetto.

E' tutta affrescata con disegni a bugne e fasce di marmi colorati; inoltre ci sono mensole dipinte con riquadri decorati a trofei guerrieri. Solo l'ultima parte della facciata verso il Naviglio cambia: la parete è liscia, ma totalmente trasfigurata dalla decorazione pittorica di tinta ocra, recuperata nell'ultimo restauro, che finge cornici alle finestre. La fronte sul Naviglio si arricchisce ancora per tre balconcini al primo piano e l'alternarsi di finestre e porte al piano terra, ciascuna di queste ultime con una scaletta di collegamento al terrazzo sul canale.

Lungo il Naviglio c'è una balaustra settecentesca in ferro battuto e pietra molera, vero capolavoro nel suo genere. Dal portone si entra nel cortile principale, rarissimo esempio rinascimentale tutto coperto di affreschi, è porticato per tre lati, il quarto, che contiene lo scalone, è dipinto a finti archi.

Sotto il portico sono decorazioni a riquadri contenenti grottesche, con spirali di fiori stilizzati, animali, figure mitologiche, ecc. in buona parte restaurate. Alla destra del portone che introduce al cortile è la cappella, neoclassica, con una pala d'altare dedicata all'Immacolata e belle decorazioni parietali.

Un complesso dunque completo in tutte le parti e con ogni parte di elevato interesse.

VILLA ARCHINTO

Villa Archinto, detta il "Castello" per le due torri con cui si presenta, è l'edificio forse più noto, certo più problematico del Naviglio Grande.

Esso è opera di Federico Pietrasanta, che già s'era trovato a collaborare con un Archinto, il Conte Carlo, fondatore della Società Palatina e dilettante d'architettura, nella ricostruzione del Teatro di Corte rovinato da un incendio e riaperto nel 1699 .

L'architetto è complessivamente poco conosciuto, anche se in queste pochissime opere si rivela personalità originale e ben caratterizzata.

L'impianto, veramente grandioso, fu dettato dal desiderio di sistemare il giardino, che nel progetto doveva essere cintato e attrezzato con quattro grandi aiuole intorno a una fontana, lungo il corso del Naviglio, anziché sul retro del blocco centrale.

Il godimento dello spettacolo offerto dalla celebre via d'acqua poteva così essere assicurato per un lungo tratto della passeggiata che collegava il giardino con la piazza antistante la fronte principale.

Due pontili, di cui uno coperto, consentivano l'attracco di imbarcazioni.

La corte posteriore, conclusa da un'esedra, rappresentava a sua volta l'ingresso signorile delle carrozze provenienti dal paese e dalla campagna, mentre la quarta corte, opposta al giardino, aveva il pianterreno completamente porticato, per il collegamento tra le scale principali e la cappella.

Si pone quindi il problema di colmare senza fantasiose ipotesi lo spazio tra il progetto pervenutoci e il rudere attuale. La tradizione popolare vuole che la villa sia stata realizzata integralmente per una grande festa e in seguito demolita per riutilizzare i mattoni nel Palazzo Archinto a Milano in via Passione.

Ma una costruzione completa è senz'altro da escludersi, poiché nel tracciato previsto sarebbero comprese una cascina ed un portale di epoca precedente tuttora in buono stato. A queste fonti si aggiunge un dipinto del salone della villa "La Bassana" che la rappresenta da nord e cioè dal ponte della strada tra Robecco e Magenta, nel quale sono ben visibili tanto l'ala che oggi rimane, quanto la simmetrica; ma mentre la prima appare già largamente compiuta, con le pareti intonacate e il portico con terrazza costruito, la seconda è molto più indietro nell'edificazione.

Un'analisi locale rivela altri elementi chiarificatori: il terreno sul quale doveva sorgere la villa è cantinato in altre parti e rimangono altri muri di fondazione. Inoltre ci sono capitelli, basamenti e tronchi di colonne abbandonate e diverse finestre presentano tracce di cornici dipinte. La congruenza tra questi documenti si trova ammettendo che i lavori furono effettivamente cominciati su grande scala realizzando sicuramente le due ali con le torri anche se con diverso grado di finitura; mancati poi i fondi necessari o forse cambiato il proposito di villeggiatura a Robecco, si decise di demolire i due blocchi costruiti iniziando da quello più indietro nei lavori, forse proprio per riutilizzare i mattoni nel palazzo di Milano, anch'esso vicino al Naviglio, ove potevano essere trasportati esclusivamente per via d'acqua (tradizione orale).

Il blocco salvatosi passò in diverse mani e fu adattato a qualsiasi attività: abitazione, stalla, fienile, caseificio, ecc.

Il suo scheletrico aspetto rende affascinante e misterioso ciò che resta del grandioso progetto.

IL PONTE DEGLI SCALINI

 Nell'Ottocento a Robecco il fatto più rilevante fu la costruzione del ponte pedonale tra la contrada di Brisa, dove esisteva un guado a raso per abbeverare i cavalli, e la contrada di S. Girolamo, o strada di Castellazzo, chiusa sul fondo da una sbarra.

L'idea di un secondo ponte sul Canal Grande (come veniva chiamato in alcune occasioni il Naviglio), con relativo progetto, è documentata dal 1818, ma si dovettero aspettare ancora trent'anni per concretizzare il proposito.

L'effetto nel frattempo si poteva sperimentare grazie al ponte galleggiante allestito per antica consuetudine nel giorno della festa patronale di S. Giovanni Battista, l'11 luglio, per rispetto della quale il custode del Naviglio proibiva la navigazione sul canale. Su questo manufatto transitava la sacra Funzione che toccava tutte le contrade del borgo.

L'occasione per compiere il passo successivo fu l'inattesa sovvenzione proveniente dal nobile Giulio Dugnani che nel suo testamento lasciò alla comunità di Robecco un legato di lire 8.000 per la costruzione di un ponte.

Nella primavera del 1842 il ponte era compiuto.

Il parapetto di ferro venne eseguito combinandolo con le ossature del ponte, in modo da rendere più solide entrambe le strutture "tanto più che nei giorni festivi il ponte va soggetto alle manomissioni dei ragazzi".

La popolazione dimostrò di servirsi della nuova opera in maniera persino eccessiva rispetto alla destinazione, se già nell'estate del 1842, per non recare danno alle gradinate, si dovette proibire il transito delle carrette cariche, anche se tirate a mano.

VILLA DUGNANI

Le più antiche notizie relative  alla villa, sita sulla sponda sinistra del Naviglio, risalgono alla prima metà del secolo XVI, quand’era proprietà della famiglia Cittadini.

Nel 1632 Gerolamo Cittadini edificò un oratorio “in un suo sito vicino alla casa” intitolato ai santi Gerolamo e Onofrio.

Nell’estimo di Robecco del 1760 Don Giulio Dugnani è citato tra i “possessori di beni in quel luogo e territorio”.

Successivamente il Cardinale Antonio Dugnani cedette la villa all’Orfanotrofio Femminile di Milano. Attualmente la residenza è proprietà della famiglia Benini - Bossi.

Tra gli ambienti descritti nell’inventario allegato all’atto di proprietà, troviamo al piano terreno una sala ed un salone, entrambi affacciati sul giardino e collegati alla corte attraverso un “atrio”; lo scalone in due rampe consente il collegamento al piano superiore. La villa è stata oggetto di interventi di restauro che hanno comportato la demolizione di alcuni corpi di fabbrica.

Della antica casa da nobile rimane oggi il corpo principale caratterizzato nel prospetto verso il Naviglio da un portico architravato in tre campi .

Sul lato verso la via Matteotti è visibile l’ala quattrocentesca della villa con interessantissime finestre in cotto e un prezioso cortiletto con un pozzo al centro.

Su alcuni dei mattoni usati per la costruzione del pozzo si può leggere la sigla “ad U.F.” che rimanda ad una curiosa abitudine. I barcaioli che portavano il carico di mattoni per la costruzione del Duomo di Milano “lasciavano” sulle sponde parte del materiale gratuitamente a chi ne faceva richiesta. Sui mattoni c’era la scritta “ad usum fabricae” cioè per la costruzione del Duomo. Da quì il detto “a ufo”cioè senza pagare.

VILLA "LA BASSANA"

La villa si pone a costa del Naviglio, poggiandosi su un terrapieno piuttosto rialzato ed è preceduta da un'imponente cancellata, opera di un artigiano locale, Ernesto Mainardi, che impiegò, così si dice, molti anni per foggiarla, riprendendo il motivo della ringhiera del balcone.  Al centro si apre l'ingresso segnato da pilastri sormontati da vasi e piumacci. E’ certamente la migliore cancellata del Naviglio.

Un complesso che ha, oltre alla bellezza artistica, uno straordinario "ambiente" per i riflessi dell'acqua, per la posizione elevata, per il ponte.

Il cancello è seguito da un giardino i cui lati minori sono formati da muretti. Al fondo è inquadrata la villa. La costruzione, a due piani, ha la fronte molto estesa che si prolunga direttamente nelle case dei contadini.

La parte di pregio è quella centrale, in cui si aprono un portico ed una loggia; quest'ultima oggi chiusa (si notino le persiane dipinte) appare ancora aperta in un dipinto nel salone, nel quale la villa ha un aspetto più completo e interessante di quello attuale, perché, oltre all'apertura centrale, al primo piano era un alternarsi di balconi e finestre oggi scomparso.

Si tratta di una solida costruzione di fine 600.

Dal portico si accede in asse al salone, sulla sinistra alla scala e a destra ai locali di servizio. Il nucleo centrale sporge verso il giardino, rispetto al resto della villa.

La villa è completata dalla tipica torretta, qui particolarmente ampia. E' sparita invece la cappella dedicata alla Vergine, ove poi è stato ricavato un locale magazzino. All'interno si sono conservate alcune sale al piano terra e la scala. Il salone ha sei prospettive del Naviglio e delle sue ville (Archinto, Gromo, "La Bassana") di particolare interesse e dei dipinti decorativi, oltre ad un notevole arredamento ( in specie il camino e le specchiere), mentre le sale contigue sono decorate  secondo il gusto neoclassico.

Della scala è notevole la porta d'accesso in ferro battuto e la balaustra di ferro battuto e pietra, un pregevole esempio di lavorazione tipicamente lombarda.

 GIARDINO SIRONI MARELLI

 Sulla sponda sinistra del Naviglio Grande, davanti a Villa Archinto, lo scenario è costituito da alcune modeste costruzioni affiancate da un folto giardino: è la proprietà Sironi-Marelli.

Gli aspetti più interessanti e singolari della casa sono il risultato delle megalomani ambizioni del Bordini, un amministratore dei Litta di Milano, che di certo fantasticò di costruirsi una "dimora estiva" simile alle più splendide tra quelle che la circondavano in Robecco.

I lavori cominciarono dal giardino, come è naturale, dato il tempo che occorre per avere delle piante robuste, senza le quali una villa si riduce ad un assolato cascinale.

Era un giardino grandioso: gruppi di alberi, alcuni rari, e alture artificiali per movimentare la pianura lombarda. Al centro un "laghetto", o meglio un groviglio di corsi d'acqua, che ritagliano isole a collina, formate da terra di riporto, e dappertutto cippi, decorazioni, statue di autori famosi come il Vela, che ha creato tra l’altro il cenotafio della madre del Bordini, con figura giacente della stessa.

Il progetto si attribuisce, a ragione, al Balzaretti, autore, con simili effetti pittoreschi, dei Giardini Pubblici di Milano (1856).

Con il giardino, le scuderie, edificate al di là delle case preesistenti, che furono incorporate.

E' l'epoca dei cavalli arabi: lo stile da usare è dunque il moresco, con fronte ad archi oltrepassati, stalli e corridoi coperti da cupolette di impianto rettangolare sorrette da sottili colonne come una moschea.

E non basta: gli abbeveratoi sono in calcare bianco e le greppie in ferro battuto. Alle pareti teste di cavallo scolpite in legno.

Giardino e scuderie, quinte adeguate ad un grande palazzo.

Ma il palazzo non c'è, non fu fatto perché al Bordini mancarono le sostanze e per abitare nella sua villa dovette mettere a nuovo le vecchie costruzioni: furono così trasformate l'originaria residenza Crivelli e le case lungo il Naviglio.

La casa Crivelli, della seconda metà del '700, come denota la fronte verso il cortile delle scuderie, conserva una elegante facciata neoclassica, appena disegnata, ed alcune cassettonature dipinte.

CASTELLAZZO DE' BARZI

Castellazzo deve probabilmente il suo nome ad un antico "castellazzo", cioè a una costruzione di origine signorile, comunale o privata, che di regola aveva le modeste dimensioni della casaforte e che poi si trasforma in casa nobile o in insediamento rurale.

La famiglia Barzi vi abitò ininterrottamente dal 1432 al 1625.

Verso la fine del 1600 le condizioni economiche e sociali di questa famiglia non sono più quelle degli antenati per l'incapacità dei successori di gestire i patrimoni; anche la dimora signorile - l'antico castellazzo - era ridotta in condizioni precarie. Infatti, proprio in quegli anni è in atto la sua ristrutturazione, che le conferirà l'aspetto barocco di dimora di campagna tuttora evidente.

Parte del patrimonio, nel 1736, passa al Collegio Longoni di Milano che ne risulta intestatario ancora agli inizi dell'800.

Tale collegio ebbe tra i suoi allievi anche Alessandro Manzoni, che nella casa di villeggiatura di Castellazzo venne inviato con i suoi compagni di studi per le vacanze estive, come ancora ricorda una lapide in loco.

 GLI OROLOGI SOLARI DI CASTELLAZZO DE' BARZI

Nella frazione di Castellazzo, nel cortile di villa Arconati, sono stati restaurati due orologi solari che presumibilmente risalgono al 1700.

L'orologio solare determina più ore al giorno, a differenza della meridiana che segna solamente il mezzogiorno locale.

Gli orologi solari sono costituiti da uno stilo (gnomone) inclinato parallelamente all'asse terrestre, la cui punta indica esattamente il sud, mentre la base indica la stella polare e quindi il nord.

Alla base dello gnomone convergono delle linee: le linee orarie.

Osservando la parete, l'orologio solare di destra indica l'ora vera solare di Castellazzo de' Barzi, mentre quello di sinistra indica il tempo medio europeo (l'ora che rileviamo sul nostro orologio).

Per la lettura di questi orologi solari occorre calcolare l'equazione del tempo.

CASTERNO

 L'abitato di Robecco sul Naviglio  era in origine meno importante del vicino e più antico borgo di Casterno, di origini romane. Il nome “Castrum Esternum” e poi “Casternum” vuol dire luogo fortificato o circondato da mura o da fossa.

Abbandonata la strada asfaltata, percorrendo sentieri e strade sterrate, fiancheggiate da fossi, filari di pioppi e di gelsi e dopo aver attraversato il "bosco di S. Ambrogio", si giunge in prossimità del paese situato sull'orlo del ciglione che segna l'estremo limite dell'alveo del Ticino e che, essendo in posizione leggermente elevata, permette un'ampia veduta sulla verde vallata, ricca di prati, campi e zone boschive.

 

LE TRE FONTANE

 Poco fuori Casterno, in direzione di Carpenzago, immersa in una vegetazione folta, tra gallerie di alberi e boschetti di robinie, si nasconde il celebre Fontanile Le Tre Fontane.

Esso deve il suo nome a tre risorgive da cui sgorga acqua purissima  a temperatura costante (9° - 12°) in ogni stagione dell'anno.

Le acque della falda, che scorrono fin qui sotterranee, incontrando un terreno impermeabile, si innalzano ed escono in superficie.

Per secoli i contadini del luogo hanno portato qui i loro buoi ad abbeverarsi e frotte di donne vi hanno sciacquato il bucato parlando e faticando, mentre gruppi di bambini inseguivano piccoli pesci e girini.

Le pietre levigate che servivano da lavatoio rammentano un mondo ormai trascorso, ma l'atmosfera tranquilla che vi si respira e la piacevole frescura di cui si gode, rendono Le Tre Fontane un angolo molto suggestivo da mantenere e salvaguardare.

LE MARCITE

 La distesa verde dei prati e dei campi della vallata di Casterno è percorsa e interrotta da rogge, fossi, canali che si intersecano, si dividono e nuovamente si riuniscono.

Essi sono alimentati da acque sorgive che, per la loro caratteristica di sgorgare alla temperatura costante di 12° anche in inverno, consentono la particolare coltura della "marcita".

Questa pratica consiste nel far scorrere, nel periodo autunnale ed invernale, un sottile velo d'acqua sul terreno, in modo che non geli, consentendo così la crescita continua del foraggio che può essere tagliato 7 - 10 volte all'anno.

La pratica della marcita ha origini antichissime (le prime documentazioni risalgono al 1.100 ca.); molto diffusa nella vallata fino a qualche anno fa, oggi sta scomparendo.

I MULINI

 I mulini sono stati le prime macchine a sfruttare l’energia dell’acqua. Il mestiere di mugnaio inizia sul finire del 1200, quando, con opportuni canali, l’acqua delle risorgive, del Ticino e del Naviglio, veniva portata nella valle, favorendo la costruzione dei mulini.

Essi ebbero il loro momento storico nel 1245, quando furono incendiati da Federico II, nipote del Barbarossa, perchè rifornivano di farina Milano che, così, resisteva al suo assedio.

Uno dei più antichi mulini della valle, la cui fondazione risale al 1400, è il mulino Pietrasanta. La sua denominazione originaria era Molinetto dei Frati dell’Opera Pia Di Falco (tali frati risiedevano nel Convento di Casterno). Deve la denominazione attuale ai nobili Pietrasanta che entrarono in possesso di gran parte dei beni dei monaci. Su  uno dei muri si intravvedono le tracce di un bellissimo affresco, datato 1404, eseguito da un artista del tempo, tale Giovanni Molinari; esso raffigura la Madonna col Bambino e a fianco San Sebastiano. Attualmente l’affresco si trova nella chiesa di Carpenzago.

  LE CASCINE

Tipica della pianura lombarda è la cascina “a corte”, cioè un complesso di edifici adibiti rispettivamente a dimora del dirigente, abitazione dei lavoranti, stalle, fienili e magazzini, ricoveri per attrezzi e carri, locali per la lavorazione del latte. Il tutto è disposto intorno a un quadrilatero regolare scoperto con al centro l’aia, che viene utilizzata, prevalentemente per l’essiccazione dei cereali.

Spesso nella nostra zona la cascina tradizionale era più piccola, costituita da abitazione e rustico senza aia ed era chiamata “cascinello”.