CITTADINO DI IERI E DI OGGI
Vita di un paese di
campagna (da Racconti
di un paese di campagna di T.Pelegatta)
La vita del piccolo paese
scorreva a ritmi sempre uguali. Il suono dellAve Maria iniziava e chiudeva la
giornata
. Coloro che dovevano accudire alle bestie si alzavano nel cuore della
notte. Bisognava spazzare il letame, mettere paglia fresca e riempire la greppia di fieno
o di erba. Quindi si procedeva alla mungitura
. I contadini che riuscivano a riempire
due secchi di latte venivano considerati benestanti
. Tornati dal caseificio, i
contadini facevano colazione e si riposavano un poco
. La campagna si risvegliava ed aveva inizio la loro
giornata lavorativa
.. Gli uomini, dopo i normali lavori di mungitura... si dedicano
a piccoli lavori artigianali come la costruzione o la riparazione di attrezzi di lavoro,
di sedie, di tavolini, di sgabelli. Le donne lavorano a maglia o di cucito. I bambini
studiano o giocano a tombola. La sera, il momento più desiderato. La famiglia si riunisce
nella stalla. La casa è fredda. Il camino o la stufa non sono sufficienti a riscaldarla.
Si discute sullannata agricola e sulle prospettive future, sui problemi dei figli e
del loro avvenire
. La vita si svolgeva allinterno di invisibili mura. Nessuno
osava o sentiva il bisogno di varcarle. Soltanto i capi famiglia si recavano un paio di
volte al mese nei mercati della cittadina più vicina, per contrattare la vendita dei
propri prodotti e per aggiornarsi sulle ultime novità...
La seconda guerra
mondiale provoca traumi sconosciuti
Poi luragano scatenato dalla follia umana
passa... Le prime radio diffondono canzoni dalle finestre aperte. Le fabbriche prolificano
e hanno bisogno di manodopera. I contadini abbandonano la terra per un miglior guadagno e
un maggior tempo libero. Circolano le prime automobili. Le strade vengono asfaltate. Anche
la campagna si modifica. La meccanizzazione agricola costringe coloro che sono rimasti a
lavorare la terra ad adeguarsi
Arriva il cinema. Il paese si da appuntamento per la
domenica sera. Ma ormai i giovani hanno imparato a frequentare altri ambienti
..
Anche in paese si notano facce diverse
. Ora si costruiscono nuove case con
lacqua corrente, il bagno e i termosifoni. I cortili appartengono al passato.
Feste e tradizioni
Il
bisogno di fare festa è legato alla natura umana; la festa, rompendo la monotonia di un
lavoro quotidiano duro e faticoso, rispondeva alle comprensibili aspettative della gente:
riscoprire la gioia del vivere assieme, stimolare la speranza infondendo una forza nuova
per riprendere con più amore la vita quotidiana.
Ancora
oggi Associazioni di volontari ripropongono con amore alcune di queste feste.
Nel
mese di settembre il Rio Verde organizza la Festa della
Sucia che coincide con il periodo di abbassamento delle acque del Naviglio (e
relativi lavori di ripristino), in corrispondenza al relativo rallentamento dei lavori dei
campi, avviati alla stasi invernale. Nei tempi passati ciò permetteva ai numerosi
contadini, insieme ai barcaioli in riposo, di ritrovarsi nelle piazze, nelle
strade, nelle osterie lungo il Naviglio che, in questo periodo offrivano il frutto della
pesca, fatta nelle acque basse, da adulti e da ragazzini che, armati di forchette,
sguazzavano felici nel canale, improvvisandosi esperti pescatori.
La seconda domenica di
ottobre gli Amici della priàa ripropongono la Festa de la
priàa che, con la processione che accompagnava la Madonna del Rosario al
Lazzaretto, segnava per lantica via
S.Giovanni uno dei momenti più importanti dellanno. La via diveniva teatro di
giochi, canti, addobbi, luci e anche risse. I portoni dei cortili venivano inghirlandati
di fiori veri e di carta, di lumitt (lumicini), di gianett
(cannucce), di foglie dedera per abbellire il contorno delle sacre immagini esposte.
Il nome della festa si riferiva allusanza dei giovanotti di lanciare sassolini tra
le gambe delle ragazze per attenderne positive promesse: Prea era il sasso,
priaà la sassata.
In
ogni occasione di festa rilevante era il ruolo che assumeva la presenza di un corpo
bandistico. Nel 1910 lallora Parroco di Robecco Don Luigi Brera diede vita al corpo
musicale a cui diede il nome Santa Cecilia, la santa protettrice dei
musicisti. Una delle occasioni tradizionali in cui il Corpo Musicale era presente erano le
processioni che, allora come oggi, scandivano i diversi momenti della vita religiosa del
paese. Già negli anni che seguirono la grande guerra si hanno notizie della
Piva suonata per le vie del paese alla vigilia di Natale. A quel tempo la
messa di mezzanotte non era ancora stata introdotta ed i musicanti salivano sul campanile
la sera della vigilia di Natale e restavano lì, suonando la piva, fino al suono
dellAve Maria che, alle quattro del mattino, scandiva linizio del giorno.
Ancora
oggi il suono della banda scandisce le serate prenatalizie e la vigilia di Natale viene
posato sul Naviglio un presepe galleggiante a cura degli Amici della Priaà.
Nella
piazza di Robecco esiste una antica cappella dedicata a S.Majolo. Al suo interno un quadro
eseguito dal pittore Domenico Biraghi è stato posto lundici maggio 1858, festa del
Santo, in sostituzione di uno precedente ormai andato in rovina. San Majolo nato ad
Avignone nel 906, abate di Cluny, morì l11 maggio del 994 e la sua fama si propagò
ben presto per i molti miracoli operati. Le nostre popolazioni lo implorarono specialmente
per ottenere le benedizioni celesti sui frutti della campagna e per tener lontani il
flagello della grandine. Ai nostri giorni il nome di San Majolo è legato alla Fiera che
si tiene tradizionalmente il primo maggio. E una delle poche Mostre del bestiame da
latte e da carne rimaste in
questa zona. Le aziende locali si impegnano ogni anno a presentare allappuntamento
le loro bestie migliori e accettano di sottoporle al severo giudizio della Giuria dopo
averle preparate per un periodo che può durare anche qualche mese. Il mercato che, con
una pausa per la guerra, si è tenuto per circa 90 anni , si è esteso a prodotti di ogni
tipo e richiama folle di visitatori dai dintorni, attirati anche dalle numerose
manifestazioni collaterali, come ad esempio spettacoli di mimi e mostra delle vetrine.
Fin dai giorni in cui le
legioni romane transitavano sulla strada militare che collegava Milano a Vercelli qui si
coltivavano la vite e molte specie di cereali. Passata la tempesta delle invasioni
barbariche, furono i monaci ad insegnare nuovamente alla gente il modo di sostentarsi
lavorando la terra. A tale scopo fu inventato il sistema della coltivazione per marcite,
che rimarrà tipico del paesaggio della pianura padana. Dobbiamo al genio di Ludovico il
Moro lintroduzione nella nostra zona della coltura del gelso necessario alla
produzione della seta e che da lui prese in Lombardia il nome di morone (muronn in
robecchese). La coltura della vite si specializzò lungo il costone che delimita
lalveo del Ticino. I vini di Carpenzago divennero famosi e lo restarono sino
allinizio di questo secolo. Se oggi chi si aggira nella nostra zona non vede più
vigneti, deve attribuirne la colpa alla peronospera, alla grandine, ma soprattutto allo
scavo del Canale Villoresi che, benefico per altri versi, costituì una vera e propria
sentenza di morte per la vite in quanto aumentò in maniera insopportabile lumidità
del terreno. Allepoca delle ville risale lintroduzione della coltura del mais
ad opera del grande Carlo Borromeo e contemporanea fu lintroduzione della coltura
del riso che si deve a Galeazzo Maria Sforza. Oggi le numerose aziende agricole di piccole
dimensioni si sono ridotte a 5 grandi aziende non più di poveri coltivatori, ma gestite da imprenditori agricoli che si
avvalgono di dipendenti specializzati con personale che tiene contatti con lesterno.
Occupiamoci
infine degli uomini che su queste terre hanno abitato, della loro vita e delle loro lotte.
Delle battaglie non parleremo, perchè già lo fanno i libri di storia. Se parliamo di
quella avvenuta nel 1524 a Carpenzago tra
Francesi e Spagnoli è solo per riportare laneddoto per cui essa fu detta
dellincamiciata in quanto gli spagnoli, per riconoscersi nella notte,
indossarono una camicia bianca sulla corazza. Nel maggio del 1889 mentre ad Arluno e
Corbetta la polizia uccideva alcuni cittadini in rivolta, da Castellazzo un folto gruppo
di contadini entrava in Robecco al grido di morte ai ricchi, rompeva con sassi
alcuni vetri del Municipio, bruciava tavole dei bachi da seta di Casa Scotti, distruggeva
mobili e registri di amministratori di Casa Cabrini e Negrotto. Altre rivolte
vi furono fino ai giorni nostri: nel primo immediato dopoguerra dimostrazioni dei
contadini di casa Gromo di Ternengo e durante il ventennio fascista le manifestazioni in
favore di Don Ballabio e del dottor De Melgazzi. Don Gerolamo Magni ed il parroco Don
Sironi rischiarono la vita il 20/21 luglio 1944 quando, per una rappresaglia nazifascista,
otto inermi uomini furono fucilati. Altri 5 morti e molti feriti furono causati il 26
aprile 1945 davanti alle scuole elementari dallarrivo di un carro fascista mentre i
partigiani e la popolazione festante disarmavano la guarnigione tedesca.
I
boschi del Ticino si estendevano molto più fittamente e offrivano ricovero a bande di
briganti che operavano nella zona. Il famoso brigante Gasparoni fu detenuto quasi sino
alla morte (1923) nelle carceri di Abbiategrasso.
Febbre
petecchiale, colera, tifo, vaiolo colpivano spesso la popolazione decimandola. Le ultime
grandi epidemie si ebbero nel 1918 (spagnola) e nel 1949 e 1951 (tifo).