CITTADINO DI IERI E DI OGGI

Vita di un paese di campagna (da “Racconti di un paese di campagna” di T.Pelegatta)

peder.jpg (35893 byte) La vita del piccolo paese scorreva a ritmi sempre uguali. Il suono dell’Ave Maria iniziava e chiudeva la giornata …. Coloro che dovevano accudire alle bestie si alzavano nel cuore della notte. Bisognava spazzare il letame, mettere paglia fresca e riempire la greppia di fieno o di erba. Quindi si procedeva alla mungitura…. I contadini che riuscivano a riempire due secchi di latte venivano considerati benestanti…. Tornati dal caseificio, i contadini facevano colazione e si riposavano un poco…. La  campagna si risvegliava ed aveva inizio la loro giornata lavorativa….. Gli uomini, dopo i normali lavori di mungitura... si dedicano a piccoli lavori artigianali come la costruzione o la riparazione di attrezzi di lavoro, di sedie, di tavolini, di sgabelli. Le donne lavorano a maglia o di cucito. I bambini studiano o giocano a tombola. La sera, il momento più desiderato. La famiglia si riunisce nella stalla. La casa è fredda. Il camino o la stufa non sono sufficienti a riscaldarla. Si discute sull’annata agricola e sulle prospettive future, sui problemi dei figli e del loro avvenire…. La vita si svolgeva all’interno di invisibili mura. Nessuno osava o sentiva il bisogno di varcarle. Soltanto i capi famiglia si recavano un paio di volte al mese nei mercati della cittadina più vicina, per contrattare la vendita dei propri prodotti e per aggiornarsi sulle ultime novità...

  Il paese cambia

La seconda guerra mondiale provoca traumi sconosciuti… Poi l’uragano scatenato dalla follia umana passa... Le prime radio diffondono canzoni dalle finestre aperte. Le fabbriche prolificano e hanno bisogno di manodopera. I contadini abbandonano la terra per un miglior guadagno e un maggior tempo libero. Circolano le prime automobili. Le strade vengono asfaltate. Anche la campagna si modifica. La meccanizzazione agricola costringe coloro che sono rimasti a lavorare la terra ad adeguarsi… Arriva il cinema. Il paese si da appuntamento per la domenica sera. Ma ormai i giovani hanno imparato a frequentare altri ambienti….. Anche in paese si notano facce diverse…. Ora si costruiscono nuove case con l’acqua corrente, il bagno e i termosifoni. I cortili appartengono al passato.

Feste e tradizioni

Il bisogno di fare festa è legato alla natura umana; la festa, rompendo la monotonia di un lavoro quotidiano duro e faticoso, rispondeva alle comprensibili aspettative della gente: riscoprire la gioia del vivere assieme, stimolare la speranza infondendo una forza nuova per riprendere con più amore la vita quotidiana.

Ancora oggi Associazioni di volontari ripropongono con amore alcune di queste feste.

Nel mese di settembre il “Rio Verde” organizza la “Festa della Sucia” che coincide con il periodo di abbassamento delle acque del Naviglio (e relativi lavori di ripristino), in corrispondenza al relativo rallentamento dei lavori dei campi, avviati alla stasi invernale. Nei tempi passati ciò permetteva ai numerosi contadini, insieme ai barcaioli “in riposo”, di ritrovarsi nelle piazze, nelle strade, nelle osterie lungo il Naviglio che, in questo periodo offrivano il frutto della pesca, fatta nelle acque basse, da adulti e da ragazzini che, armati di forchette, sguazzavano felici nel canale, improvvisandosi esperti pescatori.

processione.jpg (27240 byte) La seconda domenica di ottobre gli “Amici della priàa” ripropongono la “Festa de la priàa” che, con la processione che accompagnava la Madonna del Rosario al Lazzaretto,  segnava per l’antica via S.Giovanni uno dei momenti più importanti dell’anno. La via diveniva teatro di giochi, canti, addobbi, luci e anche risse. I portoni dei cortili venivano inghirlandati di fiori veri e di carta, di “lumitt” (lumicini), di “gianett” (cannucce), di foglie d’edera per abbellire il contorno delle sacre immagini esposte. Il nome della festa si riferiva all’usanza dei giovanotti di lanciare sassolini tra le gambe delle ragazze per attenderne positive promesse: “Prea” era il sasso, “priaà”  la sassata.

 

 

In ogni occasione di festa rilevante era il ruolo che assumeva la presenza di un corpo bandistico. Nel 1910 l’allora Parroco di Robecco Don Luigi Brera diede vita al corpo musicale a cui diede il nome “Santa Cecilia”, la santa protettrice dei musicisti. Una delle occasioni tradizionali in cui il Corpo Musicale era presente erano le processioni che, allora come oggi, scandivano i diversi momenti della vita religiosa del paese. Già negli anni che seguirono la grande guerra si hanno notizie della “Piva” suonata per le vie del paese alla vigilia di Natale. A quel tempo la messa di mezzanotte non era ancora stata introdotta ed i musicanti salivano sul campanile la sera della vigilia di Natale e restavano lì, suonando la piva, fino al suono dell’Ave Maria che, alle quattro del mattino, scandiva l’inizio del giorno. presepio1.jpg (42756 byte)Ancora oggi il suono della banda scandisce le serate prenatalizie e la vigilia di Natale viene posato sul Naviglio un presepe galleggiante a cura degli Amici della Priaà.

Nella piazza di Robecco esiste una antica cappella dedicata a S.Majolo. Al suo interno un quadro eseguito dal pittore Domenico Biraghi è stato posto l’undici maggio 1858, festa del Santo, in sostituzione di uno precedente ormai andato in rovina. San Majolo nato ad Avignone nel 906, abate di Cluny, morì l’11 maggio del 994 e la sua fama si propagò ben presto per i molti miracoli operati. Le nostre popolazioni lo implorarono specialmente per ottenere le benedizioni celesti sui frutti della campagna e per tener lontani il flagello della grandine. Ai nostri giorni il nome di San Majolo è legato alla Fiera che si tiene tradizionalmente il primo maggio. E’ una delle poche Mostre del bestiame da latte e da carne rimaste in questa zona. Le aziende locali si impegnano ogni anno a presentare all’appuntamento le loro bestie migliori e accettano di sottoporle al severo giudizio della Giuria dopo averle preparate per un periodo che può durare anche qualche mese. Il mercato che, con una pausa per la guerra, si è tenuto per circa 90 anni , si è esteso a prodotti di ogni tipo e richiama folle di visitatori dai dintorni, attirati anche dalle numerose manifestazioni collaterali, come ad esempio spettacoli di mimi e mostra delle vetrine.

 L’agricoltura ieri e oggi

fienile1.jpg (38450 byte) Fin dai giorni in cui le legioni romane transitavano sulla strada militare che collegava Milano a Vercelli qui si coltivavano la vite e molte specie di cereali. Passata la tempesta delle invasioni barbariche, furono i monaci ad insegnare nuovamente alla gente il modo di sostentarsi lavorando la terra. A tale scopo fu inventato il sistema della coltivazione per marcite, che rimarrà tipico del paesaggio della pianura padana. Dobbiamo al genio di Ludovico il Moro l’introduzione nella nostra zona della coltura del gelso necessario alla produzione della seta e che da lui prese in Lombardia il nome di morone (muronn in robecchese). La coltura della vite si specializzò lungo il costone che delimita l’alveo del Ticino. I vini di Carpenzago divennero famosi e lo restarono sino all’inizio di questo secolo. Se oggi chi si aggira nella nostra zona non vede più vigneti, deve attribuirne la colpa alla peronospera, alla grandine, ma soprattutto allo scavo del Canale Villoresi che, benefico per altri versi, costituì una vera e propria sentenza di morte per la vite in quanto aumentò in maniera insopportabile l’umidità del terreno. All’epoca delle ville risale l’introduzione della coltura del mais ad opera del grande Carlo Borromeo e contemporanea fu l’introduzione della coltura del riso che si deve a Galeazzo Maria Sforza. Oggi le numerose aziende agricole di piccole dimensioni si sono ridotte a 5 grandi aziende non più di poveri coltivatori,  ma gestite da imprenditori agricoli che si avvalgono di dipendenti specializzati con personale che tiene contatti con l’esterno.

  Gli uomini

Occupiamoci infine degli uomini che su queste terre hanno abitato, della loro vita e delle loro lotte. Delle battaglie non parleremo, perchè già lo fanno i libri di storia. Se parliamo di quella avvenuta  nel 1524 a Carpenzago tra Francesi e Spagnoli è solo per riportare l’aneddoto per cui essa fu detta “dell’incamiciata” in quanto gli spagnoli, per riconoscersi nella notte, indossarono una camicia bianca sulla corazza. Nel maggio del 1889 mentre ad Arluno e Corbetta la polizia uccideva alcuni cittadini in rivolta, da Castellazzo un folto gruppo di contadini entrava in Robecco al grido di “morte ai ricchi”, rompeva con sassi alcuni vetri del Municipio, bruciava tavole dei bachi da seta di Casa Scotti, distruggeva mobili e registri di amministratori di Casa Cabrini e Negrotto. Altre “rivolte” vi furono fino ai giorni nostri: nel primo immediato dopoguerra dimostrazioni dei contadini di casa Gromo di Ternengo e durante il ventennio fascista le manifestazioni in favore di Don Ballabio e del dottor De Melgazzi. Don Gerolamo Magni ed il parroco Don Sironi rischiarono la vita il 20/21 luglio 1944 quando, per una rappresaglia nazifascista, otto inermi uomini furono fucilati. Altri 5 morti e molti feriti furono causati il 26 aprile 1945 davanti alle scuole elementari dall’arrivo di un carro fascista mentre i partigiani e la popolazione festante disarmavano la guarnigione tedesca.

I boschi del Ticino  si estendevano molto più fittamente  e offrivano ricovero a bande di briganti che operavano nella zona. Il famoso brigante Gasparoni fu detenuto quasi sino alla morte (1923) nelle carceri di Abbiategrasso.

Febbre petecchiale, colera, tifo, vaiolo colpivano spesso la popolazione decimandola. Le ultime grandi epidemie si ebbero nel 1918 (spagnola) e nel 1949 e 1951 (tifo).